TRAMA
Il giovane Chris Taylor, pieno di ideali patriottici, parte volontario per la guerra in Vietnam: oltre agli orrori di cui è testimone, si trova anche in mezzo al braccio di ferro fra due sergenti, il cruento e senza morale Barnes e il più umano Elias.
RECENSIONI

Dopo l’atto di denuncia con orrori di guerra di Salvador, Oliver Stone, con quest’altra opera indipendente e a basso costo girata nelle Filippine, ha imposto la propria estetica per almeno un decennio, fra punto di vista, allucinati codici stilistici (la macchina da presa, per restituire il caos, è in continuo movimento) e tecniche (oltre agli Oscar per film e regia, ha conquistato quelli per montaggio e suono, da qui in poi elemento essenziale del suo cinema). Ciò che distingue, fra le altre cose (Cimino e Coppola non filmavano due ore furiose ed esasperate di sangue e guerra), questo capitolo sul Vietnam dagli illustri predecessori, è il coinvolgimento in prima persona (fulleriano…) del suo autore, trasfigurato in archetipi: Chris Taylor, narratore attraverso le missive alla nonna, è l’alter ego di Stone, che era stato in quel paese a diciannove anni, per insegnare inglese ai bambini di Cholon (quartiere cinese di Saigon) e vi tornò due anni dopo, da soldato semplice volontario, nel secondo plotone della compagnia Bravo, di stanza al confine con la Cambogia. Stone aveva già abbozzato una sceneggiatura nel 1976: piaceva a tutti ma nessuno voleva produrla. Qualche anno dopo Dino De Laurentiis ci provò ma, in era reaganiana, era il tempo di Rambo e Rombo di Tuono, non di polemiche. Finalmente in grado di dare corpo alla sua creatura, anche grazie all’inatteso successo di Salvador, Stone si propone sia di far comprendere allo spettatore cosa sia veramente stato, per il “soldato qualunque”, partecipare a quella guerra, sia di aprire una finestra sull’idealismo giovanile frustrato dall’esperienza (altro tema principe della sua poetica): proveniva da una famiglia con la “mistica guerriera” (padre repubblicano e feroce anticomunista) e, ferito due volte (altrettante medaglie), aprì gli occhi. A parte gli orrori della guerra e del degrado umano, il racconto si fonda sull’apparente simbolismo Bene/Male dei due sergenti, modellati su figure realmente esistite ma anche sulla tragedia greca: Barnes come il letale Achille, il premuroso Elias come Ettore (che finirà letteralmente in croce, al ralenti e con l’adagio di Samuel Barber). Due figure carismatiche e opposte come guide dei giovani inesperti, due facce della stessa voglia di sopravvivere ma, sull’altare di quella guerra, è il buono dell’America a venire sacrificato per mano della Causa che non tollera chi la contesta. Anche nella descrizione partecipata dei comprimari la sceneggiatura di Stone impone la sua maestria: un cast multietnico di cui registra le reazioni dinanzi agli orrori nella giungla (i nord vietnamiti e i viet cong non si vedono quasi mai e/ma sono onnipresenti) e al cospetto di inediti contrattempi nelle pause fra uno scontro e l’altro (dettagli memoriali magnifici, degni della “Goodnight Saigon” di Billy Joel).

