TRAMA
Il ricco uomo d’affari Zsazsa Korda nomina la sua unica figlia, una suora, come sola erede del suo patrimonio. I due diventano però il bersaglio di magnati senza scrupoli, terroristi e assassini.
RECENSIONI
«Io non vivo in nessun luogo. Non ho bisogno dei diritti umani» dice il magnate Zsa-Zsa Corda. E anche la Fenicia - così come Asteroid City - è «nessun luogo», uno spazio fittizio ma geo-storicamente credibile perché guerrigliero. È il titolo più dichiaratamente politico della filmografia di Wes Anderson: un intricato teorema di trattazioni in cui gli acuti e ironici scambi verbali tra i potenti, nascondono nella sfida dialettica, quella militare. Questa verbosità costruisce l'anti-eroismo egotico di Zsa-Zsa con le nuance dell'immaginario passato: c'è la slapstick, il noir, Welles, Il dottor Stranamore, Scrooge e un po' di Howard Hughes. Zsa-Zsa - Del Toro col pilota automatico - è protagonista e regista del piano che muove il film, ma anche esibita allegoria di un cinico potere economico e industriale, nel triangolo di forza con quello scientifico - il Bjorn, di un rinnovato Michel Cera - e quello religioso-spirituale - la figlia Liesl, sottrattiva Mia Threapleton -. Tutti lo vogliono morto, ma non bastano tentati omicidi e disastri aerei ad impedirgli di tornare. Lui sopravvive sempre. E in questo tratto post-umano e cartoonesco si nasconde una cifra del film, una scelta formale sempre più frequentata da Anderson: la vittoria della trama verticale su quella orizzontale. Se The French Dispatch e La meravigliosa storia di Harry Sugar erano a tutti gli effetti film a episodi, anche la coralità di Asteroid City si avvicinava al mosaico. Le vite dei protagonisti di Anderson sono antologie, più che biografie. E anche se La trama fenicia torna a imperniarsi sul baricentro di un solo, forte protagonista, la divide in episodi, frammenti, unità interconnesse ma autonome, che riconfermano l'interesse del regista texano per il racconto breve. È uno sviluppo compatto, ma comunque composito, un assemblaggio capillare di sfide, compartizzato in una collezione di obiettivi economici da raggiungere. La minuzia compositiva del dato visivo di Anderson, sia manierista sia accoratamente onesta, si traduce nella costruzione narrativa stessa del film, matrioska di scatole e sotterfugi. I personaggi attraversano i capitoli tra zoom a schiaffo e plongeè sempre rigorosamente simmetrici. Se The French Dispatch si leggeva come un quotidiano, La Trama Fenicia si gioca come un gioco da tavolo. È un film-mappa, dove ogni tappa è una piccola spy story. Letteralmente: una trama, una tessitura, proprio come lo sono le rigorose inquadrature tipo tableaux. Ne risulta un'avventura per addizione, una corsa sempre più affrettata verso un finale che risolva, che si fa occasione per la solita godibilissima parata di star comprimarie (su tutti, gli irresistibili fratelli Tom Hanks e Brian Cranston e lo zio villain Benedict Cumberbatch). Ma come ogni trama affollata e intricata, il film sembra gridare il bisogno di un orlo che lo chiuda, come a cercare a tutti i costi un senso, una direzione che guidi quell’acuto sentimento apocalittico che permea l’opera. Il bisogno di una corsa forsennata verso il finale, come nei più ammiccanti Grand Budapest Hotel e L’isola dei cani, sceglie la commedia, sacrificando la commozione di The French Dispatch e la poeticità riflessiva di Asteroid City. Se in questi si scorgeva un Anderson malinconico e meno legato alle tappe obbligate dello storytelling, ne La Trama Fenicia sembra tornare sui suoi passi con un racconto fitto che predilige il ritmo alla complessità. Alla fine, l'amarezza delle premesse, più che allo sguardo sul/del personaggio, viene delegata alla forma: una somma di piccoli heist movie fatti di gag, citazioni, botta e risposta, un film così evidentemente costruito da diventare uniforme e, a tratti, ripetitivo. Così, Anderson non impara davvero ad amare la bomba, non guarda mai davvero in faccia la rovina, edulcorandola nel sarcasmo coinvolgente e consolatorio di un'avventura padre-figlia: una corsa che galoppa veloce, ma è al contempo una briglia espressiva.

