TRAMA
Gordon Gekko esce di prigione dopo aver scontato una pena di otto anni, pubblica un libro di memorie, vuole riallacciare i rapporti con la figlia e mettere in guardia il mondo della finanza contro l’imminente apocalisse.
RECENSIONI

Sul primo Wall Street (1987), ormai, si è depositata la patina del tempo e non è semplicissimo scindere il valore intrinseco da quello, diciamo, Zeitgeist-iano. Ambientato esattamente nel mezzo del cammin degli anni '80, fotografava, con la schematica chiarezza propria di Oliver Stone, l'hic et nunc reaganiano dello yuppismo, esimendosi, a ben vedere, da una condanna tout court dell'alta finanza ultracapitalistica ma concentrandosi piuttosto sui rischi degenerativi connaturati all'alta finanza stessa, incarnati nella figura a suo modo grandiosa di Gordon Gekko. Chi scrive, all'epoca imberbe cinefilo quattordicenne, ricorda piuttosto distintamente l'aura di 'specchio dei tempi' che circondava il film, benché abbia ricordi ancora più vividi del capello ingelatinato di Michael Douglas, oggetto anche (il capello) di maldestri tentativi di emulazione. Il film, però, aveva anche altri meriti, tra i quali il più notevole era una scrittura spigliata, finanche brillante, e una scansione ritmica che mostrava il fianco a poche critiche. Due ore serrate, affogate in un profluvio di concitati 'compra a non meno di 37e1/2 e converti il prezzo a Tokyo alle 8:00 ora vostra' et similia, costellate di frasi a effetto (le massime di Sun Tzu) e monologhi di hollywoodiana efficacia (il noto pistolotto di Douglas/Gekko sull'Avidità). Wall Street(2010) prova la carta della continuità. Più che un sequel sembra un omaggio autocelebrativo, con un vago sentore di remake. All'incirca tutto ricalca l'originale, dalla distanza biennale tra gli eventi raccontati e il 'tempo' dell'uscita del film (1985/1987 - 2008/2010), a una certa omologia registica (predilezione per le sequenze girate in continuità negli uffici di Wall Street, l'uso insistito dello split-screen, l'irrompere nell'inquadratura di schermate 'tecniche' con istogrammi, grafici e tabelle varie), passando per le musiche (Byrne/Eno), fino al riferimento puntuale e circostanziato alla stretta attualità (Gekko/Icahan, il fallimento Lehman Brothers). Volendo anche soprassedere su alcune brutture estetiche poco ricevibili ma secondarie (sovrimpressioni inguardabili, punteggiatura filmica demenziale, benché - probabilmente - "ironica"), quello che manca davvero all'ultimo Stone è una sceneggiatura degna e una fluida gestione del racconto. Il 'messaggio' del film è chiaro prima che il film stesso inizi, e chiarito dalla viva voce di Gekko: il mondo della finanza è marcio fino al midollo e ci porterà all'armageddon, altro che insider trading e altre bazzecole. Fin qui ci siamo. Ma l'intreccio vero e proprio è decentrato, farraginoso e singhiozzante, pieno di sentimentalismi famigliari stucchevoli (e fuori contesto), salti logici e con un finale quasi incredibile per sciatteria e approssimazione. 127' che girano a vuoto e finiscono peggio. Certo non aiuta il comparto attori, col grande enigma del nostro tempo Shia LaBeouf, la (qui) inconsistente Carey Mulligan, il tassidermico Josh Brolin e i soli Langella e Wallach a riempire i personaggi di 'qualcosa'. Discorso a parte per la penosa particina della Sarandon, l'imbarazzante cameo di Charlie Sheen e la prova di Douglas, tutto sommato convincente, benché la sceneggiatura faccia di Gordon Gekko un OGM, rispetto al Gekko che fu. Fastidiosa la 'svista' iniziale, probabile forzatura che sacrifica la coerenza sull'altare del rimando significante: quando Gekko esce di prigione, gli vengono consegnati gli effetti personali (orologio, anello), che accendono i ricordi dello spettatore e segnano, intra- ed extradiegeticamente, il gap generazionale tra le due pellicole, con chiusura a effetto sull'elefantiaco protocellulare esibito nel primo Wall Street. Benissimo. Ma il personaggio di Gekko, si scoprirà di lì a breve, era finito in carcere nel '93. Che ci faceva ancora con un telefon(in)o dell'85?

Funziona come thriller finanziario: gli sceneggiatori (fra cui Allan Loeb, vero broker) restituiscono un quadro esaustivo e allarmistico dell’ambiente, con dialoghi concitati che riassumono il “cambio economico” intercorso fra questo seguito e l’originale del 1987. Il racconto è credibile in tutti i risvolti, fra apologo morale, errori umani, pulsioni positive e negative. Molte battute messe in bocca a Gekko, massime sulla natura umana, sul significato dell’avidità e sulle proiezioni future, lasciano il segno: Michael Douglas è un grande attore, Shia LaBeouf è bravo, il vetusto Eli Wallach è geniale nell’improvvisare quel fischio. Nel confronto con il precedente, però, viene smarrita l’attrattiva principale, che ne faceva una pellicola ambigua, giocata sul fascino del satanasso: qui Gekko, per tre quarti della durata del film, dichiara di essere cambiato, di aver accettato la propria natura e/ma di voler voltare pagina. Anche il colpo di scena “caratteriale” a seguire, proposto come tale ma abbastanza prevedibile, in realtà è annullato da una parte finale di conversione. Nelle intenzioni degli scrittori (di cui nominalmente non fa parte Stone, a differenza del precedente), la nuova incarnazione del Male è il tipo di Josh Brolin ma la sua figura è senza spessore e attrattiva, mentre gli scontri con il neo-Charlie Sheen (fa una comparsata) di LaBeouf non fanno scintille. Se non si facessero confronti, potrebbero bastare il ritmo incalzante, le frasi ad effetto, i validi sottotesti, ma qualcos’altro stona, ovvero la struttura del racconto ponderata in modo schematico (anche nel replicare situazioni del precedente: vedi Gekko che mina un rapporto affettivo, là fra padre e figlio, qui fra due amanti), senza spazio alle sorprese, chiusa nella sua parabola dimostrativa, dove i crucci di ogni personaggio fanno presagire quale sarà la sua mossa successiva.

