Avventura, Fantascienza, Focus, Recensione, Sala

AVATAR – FUOCO E CENERE

TRAMA

La famiglia Sully, ancora provata dalla perdita di Neteyam, affronta una nuova, letale minaccia: il violento e nichilista Popolo della Cenere, guidato dalla spietata Varang, che minaccia di distruggere Pandora…

RECENSIONI

Avatar 1: show-off tecnologico (3D Fusion Camera, Simul Camera, Virtual Camera, montaggio preventivo iniziato già in pre-produzione), paradossale (visto il pulpito) invito al ritorno in uno stato di natura abitato da buoni selvaggi, panteismo/animismo magico, antimilitarismo e antimperialismo, riflessione sul nostro (allora) status di internauti, in cerca di un’altra vita altra migliore, anche se in veste di alter ego virtuale/digitale, di avatar, appunto.

Avatar 2: sostanziale remake di Avatar 1 tredici anni dopo, col titolo Avatar ormai superato dal tempo (e comprensibilmente “dimenticato” anche nella sceneggiatura), che tentava di dotare il progetto di un’aura da saga senza riuscirci davvero e alcune novità francamente superflue (a essere buoni) come l’elogio della famiglia, i turbamenti adolescenziali (amorosi e non), il rapporto genitori figli e alcune derive da teen movie piuttosto sconcertanti (in tutti quei bro albergava un profondo imbarazzo).

E Avatar 3? La prima considerazione che viene spontaneo fare è che non sembra esserci (quasi) niente che giustifichi l’esistenza di un Avatar 3, per giunta diluito in quasi tre ore e mezzo di film. La storia in sé è ripetitiva, ripropone stancamente quanto visto (e rivisto) nei primi due capitoli e davvero, nulla di quello che c’è ha il respiro della saga, che prevede invece l’arrivo di altri due capitoli. Per raccontare cosa, viene da domandarsi? Gli sviluppi delle dinamiche interne alla famiglia (multietnica/multitutto) Sully? Difficile da capire. Anche tutta la cosmogonia pandoriana sa di superficiale, raffazzonato, a cominciare dall’espansione biologico/culturale/mistica del suo universo che un po’ gira a vuoto sul déjà vu, un po’ forza senza criterio l’introduzione di presunta novità (l’accenno di poietica elementale dei vari popoli lascia un po’ interdetti quando si scopre che la gens del fuoco ha un rapporto molto vago e soprattutto poco approfondito con il suo elemento), un po’ arriva perfino a contraddire gli assunti fondanti esposti nel primo capitolo. A cominciare dal mito del “buon selvaggio vs. civiltà corrotta” sul quale sembrava edificata tutta la saga. A quanto pare, infatti, non tutti i Na’vi sono buoni e tra di loro ce ne sono di corrotti, malvagi e spietati, come i Mangkwan, oltretutto pronti a (s)vendersi al primo arrivato che promette loro armi potenti e sofisticate. Un passo indietro anche referenziale, come se Cameron, partito da Balla Coi Lupi, avesse deciso di tornare ai tempi di Ombre Rosse, quando l’indiano/selvaggio era, semplicemente, “il cattivo”.
Ci sono/sarebbero, insomma, molte buone ragioni per detestare Avatar: Fuoco e Cenere. C’è però un dettaglio, anzi due, che sarebbe ingeneroso trascurare: il film (a un livello molto basico ma tant’è) funziona a livello emotivo ed è molto bello da vedere/vivere. La sceneggiatura, guardata (e magari raccontata) con obiettività e distacco è una sciocchezzuola piena di difetti, cliché, semplificazioni e forzature ma quando c’è da strappare il coinvolgimento (ricattatorio) non vacilla: Spider che riceve da Kiri/Eywa il dono di respirare l’aria di Pandora o tutta la vicenda del tulkun Payakan (e della sua amicizia fraterna con Lo’ak), solo per citare due esempi, sono momenti sì risaputi quanto prevedibili ma finiscono ugualmente per portare a casa il risultato. Poi c’è l’estetica. E’ una considerazione forse superficiale come il film che descrive ma lo spettacolo, il puro spettacolo visivo offerto da Cameron, non ha davvero eguali nel panorama cinematografico contemporaneo. E’ fin troppo sovraesposto e intenzionalmente stupefacente, siamo d’accordo, manca di raffinatezza, soffre di lussureggiante ipertrofia digitale [ci sarebbe da chiedersi che tipo di (post)cinema sia, questo: animazione? Tecnica mista?] ma non può lasciare indifferenti, specialmente se si ha la fortuna di poterlo guardare in IMAX 3D.

Il progetto Avatar vive da sempre di una straordinaria contraddizione interna: più Cameron proietta le sue immagini nel futuro, continuando a costruire e a ridefinire mondi di tale profondità con un’ambizione anche tecnologica senza eguali nel cinema contemporaneo, e più queste sembrano voler ricondurre il nostro sguardo al senso primigenio del cinema delle origini. In altre parole, lo spettacolo è evidentemente avveniristico e fuori scala, eppure il nostro guardare su Pandora si fa puro e scevro da sovrastrutture. Come se nel passaggio dal corpo umano all’avatar Na’vi (che per lo spettatore consiste nel semplice ma in queso caso fortemente simbolico gesto di indossare gli occhiali 3D) ci fosse effettivamente la possibilità di vedere ancora come se fosse la prima volta. Come se, oltre a generare mondi, la fantascienza di Avatar fosse in grado di modificare radicalmente la nostra percezione e il nostro rapporto con le immagini. In questo senso, la vertiginosa potenza estetica della saga di James Cameron, chiamata primariamente e spesso superficialmente in causa in ogni discorso, non cerca dunque un generico sense of wonder, ma si apre ad una meraviglia che azzera e riscrive le coordinate del nostro sguardo, riportandoci - ed è qui il paradosso: siamo pur sempre in una space opera sci-fi da 400 milioni di budget a capitolo - ad un’esplorazione del mondo (di un mondo) e ad un’esibizione del mezzo concettualmente non così distante dal cinema delle attrazioni, esplicitando e fondendo in una nuova forma sia lo spirito documentaristico dei Lumière (Pandora come pianeta da conoscere, da esplorare, da filmare) che le illusioni e la magia di Méliès (la tecnologia e il linguaggio al servizio della sorpresa visiva).
Ora, sebbene questo aspetto fosse evidente fin dal primo (straordinario) capitolo - era il 2009: il processo di serializzazione estrema del grande schermo introdotto dal Marvel Cinematic Universe era alle porte e il cinema hollywoodiano, a soli sei anni da Il ritorno del re, era ancora percepito come naturalmente e intrinsecamente grande -, è La via dell’acqua ad essere in tal senso davvero rivelatore. Il suo porsi come alternativa ostinata e radicale ad un mondo iper-serializzato e iper-narrativo, semplificando anzi al massimo la narrazione al fine di prediligere l’osservazione (di un mondo altro, ché su questo non c’è più nulla da vedere e da filmare), lo rende infatti agli occhi di chi scrive una delle pietre miliari del blockbuster di questo millennio, sorta di unicum irripetibile che, quasi fossimo in una versione utopica di Terminator, sembra arrivare direttamente da un futuro (im)possibile per provare a riscrivere le regole del gioco e ad indicare la via.

Avatar - Fuoco e cenere riparte sì da queste basi ormai interiorizzate - su Pandora continuiamo a rinascere per vedere con ritrovato e genuino stupore, dimenticando ogni assuefazione e disillusione postmoderna nei confronti delle immagini - e per taluni aspetti si pone certamente in continuità con il film precedente, eppure sarebbe riduttivo considerarlo alla stregua di un banale more of the same. Qui infatti, pur mantenendo intatta l’introduzione alla meraviglia del primo capitolo e il fascino per l’osservazione del secondo, Avatar prova per la prima volta la via della narrazione, moltiplicando gli eventi, accelerando il ritmo del racconto e concentrandosi sulle parabole dei personaggi e sulle sfumature delle loro relazioni come mai prima d’ora. Un controcampo questo che pare una contraddizione e che invece è un manifesto, la dichiarazione di una gerarchia che attraversa e definisce consequenzialmente i tre capitoli della saga: introduzione e scoperta (1), osservazione e meraviglia (2), narrazione e mito (3); in quest’ordine. Perché prima di raccontare bisogna vedere e solo dopo aver aperto gli occhi su un nuovo mondo - solo dopo aver trovato le immagini per rendere manifesto quel mondo - è possibile dedicarsi a tutto ciò che è narrazione. E ancora, in quello che è un vero e proprio spostamento dello sguardo da Pandora ai suoi personaggi, Cameron in Fuoco e cenere ha l’occasione di far echeggiare dinamiche e pulsioni mai così vicine al nostro misero presente sulla Terra, mettendo in scena un pianeta di esistenze in guerra governate da un odio che non risparmia nessuno (neppure Neytiri) e da dogmi filosofici e religiosi da mettere in dubbio. È un film sulla crisi: in primis della figura paterna, Jake Sully e Quaritch a confronto, con il primo che nonostante il suo ruolo di protagonista inequivocabilmente positivo è oscurato da ombre che finiscono per mettere a dura prova le luci e che assumono la forma di un dogmatismo militare che qui si esprime in tutta la sua tossicità («Questa è una famiglia, non una democrazia», tra le battute dell’anno). E poi una crisi che riguarda i principi cardine che dominano quel mondo, dalla via dell’acqua alle volontà di Eywa, dalla famiglia intesa come nucleo amorevole e accogliente, fortezza mai in discussione contro i pericoli del mondo (sia Jake che Neytiri prendono in considerazione l’idea di sacrificare Spider, figlio adottivo e quindi "diverso”, come unica soluzione in grado di salvare l’esistenza sul pianeta) all’idea stessa di armonia e convivenza pacifica tra i popoli e in relazione alla natura finora rappresentate da Pandora (Varang, villain memorabile, e la tribù dei Mangkwan, mossa da antico risentimento per la distruzione del proprio villaggio causata da un vulcano). In altre parole, la crisi e il dubbio come unica risposta possibile ad un pianeta in fiamme, fagocitato dall’odio e dagli estremismi. E Pandora, mondo totalmente altro e irraggiungibile, utopia paradisiaca e armonica in cui desiderare di rinascere, che diventa improvvisamente specchio vicinissimo di una realtà incandescente.
Ciò che resta veramente irraggiungibile invece, è ancora una volta la profondità dello spettacolo orchestrato da James Cameron, ultimo ambizioso creatore di mondi e custode di quella meraviglia intrinsecamente legata alle immagini in movimento. Non esiste, né mai esisterà, una figura come la sua, capace di coniugare un tale potere produttivo con una fascinazione tecnologica e soprattutto un padronanza linguistica fuori dal comune. L’unico, oggi, in grado di darci occhi nuovi. Dobbiamo solo aprirli.

Spietati - Recensioni e Novità sui Film