
TRAMA
Joan non è più innamorata di Victor, ma le fa male pensare di essere disonesta con lui. Alice, la sua migliore amica, la rassicura: lei stessa non prova passione per il suo compagno Eric, eppure la loro relazione va a gonfie vele. Non sa che lui ha una relazione con la loro comune amica Rebecca. Quando Joan decide finalmente di lasciare Victor e lui scompare, le vite delle tre amiche e le loro relazioni vengono sconvolte.
RECENSIONI
Tre amiche nella Lione contemporanea. Tra Marivaux, Rohmer, Allen. Joan (India Hair) non riesce a comunicare al marito che non lo ama più; Alice (Camille Cottin) è appagata da un matrimonio placido e senza mordente; Rebecca (Sara Forestier) ha una relazione clandestina con il marito di Alice. Amore, morte, tradimento. Parole che si incastrano, si moltiplicano, riconciliano. Emmanuel Mouret, cantore dei sentimenti e delle relazioni amorose, realizza un piccolo grande film sulla confusione e la crisi esistenziale della generazione dei 40-50enni. Tra matrimoni stanchi, gioioso erotismo (più discusso che esibito), rivelatrici e catartiche fughe d’amore e un pizzico di fantastico, il regista articola un discorso profondo sulla precarietà dei legami affettivi e la loro natura cangiante e contraddittoria. Lo sguardo di Mouret (la regia, con i suoi morbidi e impercettibili movimenti di macchina) accarezza corpi, volti e ambienti e costruisce attorno ad essi le trame ostinate dell’intreccio che si snoda sontuoso per 120 luminosi minuti. La commedia umana, con il suo terso naturalismo, melanconica e crepuscolare - unita alla levità di una scrittura capace di sondare e accarezzare le vite dei personaggi con una sensibilità rara e una intelligenza non comune - illumina il palco e il proscenio della vita. Un film attraversato dalla leggerezza, che è categoria dello spirito (come sosteneva Federico Fellini) e da una poetica e liliale densità emotiva. Ronde sentimentale (ma non sentimentalistica) che sfida la sorte e gioca con le frecce del destino. È un femminile vibrante, complesso e accogliente, mai retorico, forzato o declamatorio, quello rappresentato da Mouret. Che parla del tempo che passa e trasforma ogni cosa, degli incontri sbagliati o fuori stagione, di volubilità e debolezza. È un dramma gioioso - tragedia e commedia si fondono armonicamente -, colto e brioso, che non giudica moralisticamente le fragilità e il languore delle protagoniste. Mouret, distribuendo in egual misura colpe e responsabilità, separazioni e riconquiste, riesce a sovvertire e a sabotare le attese dello spettatore, spostando lo sguardo (e le previsioni e gli intricati sviluppi narrativi) ad un livello altro di comprensione e valutazione. Cinema laico, irriverente, pregno di umanesimo che conferma la vitalità e la ricchezza espressiva e autoriale del cinema francese.
