TRAMA
Remo Manfredini è un fantino leggendario, ma il suo comportamento autodistruttivo sta cominciando a metterne in ombra il talento e a mettere a repentaglio la relazione con Abril, la fidanzata. Il giorno della gara più importante della sua carriera, che lo libererà dai debiti col suo boss mafioso Sirena, ha un grave incidente, scompare dall’ospedale e vaga per le strade di Buenos Aires. Libero dalla propria identità, inizia a scoprire il suo vero io. Ma Sirena è determinato a stanarlo. Vivo o morto.
RECENSIONI
Dell’argentino Luis Ortega in Italia si era visto L’angelo del crimine (2018), thriller formalista e carnalissimo prodotto da Almodóvar e presentato a Cannes. In concorso alla Mostra di Venezia 2024, El Jockey si muove ancora sul filo della tensione seguendo le derive esistenziali di Remo (uno stralunato, perfetto Nahuel Pérez Biscayart), fantino fatalista e vagamente autolesionista in fuga dal mondo e forse anche da se stesso. Dopo un grave incidente il giorno della corsa che deve liberarlo dai suoi debiti, Remo lascia l’ospedale e inizia a vagare per Buenos Aires. Il film ibrida generi e procede per quadri iperstilizzati fatti di cromatismi saturi, punteggiati da sporadiche coreografie, venati di sfumature slapstick, stramberie keatoniane, onirismi lynchiani. Tra comicità grottesca e malinconica, strizzando l’occhio anche a Kaurismäki (il dop Timo Salminen è collaboratore abituale del finlandese) e Tarantino (ma l’elenco delle suggestioni sarebbe lungo, siamo al catalogo), El Jockey si rivela un apologo su identità perdute e rincorse che sa giocare lucidamente (ludicamente?) col linguaggio. Nella seconda parte Ortega rompe infatti gli indugi e ambisce all’astrazione suggerendo che Remo è morto dopo l’incidente e che si muove in una dimensione trans-itoria, in attesa di reincarnarsi: quel Kill The Jockey del titolo internazionale potrebbe essere allora letto non come riferimento alla missione della mala di farlo fuori, ma come un incitarsi del protagonista a uccidere il suo passato, la figura e il ruolo del fantino incarnando di fatto i suoi fallimenti. In questa prospettiva, la non conclusione della corsa serve a reindirizzare l'attenzione verso la nascita della figlia, una speranza per il futuro. Al di là delle possibili interpretazioni (ci potremmo trovare di fronte alla manifestazione di una scissione della personalità di Remo, oppure a un'allucinazione generata dal suo conclamato stato di dipendenza o dai postumi del trauma subito), l’orgia citazionista e l’energia visiva continuano a sostenere un lavoro che più che sulla quadratura narrativa punta sull’impatto immaginifico e sulle atmosfere, non recedendo di fronte all’eccesso e sapendo abbracciare l’assurdo esistenziale (sì, ci sono dentro anche i Coen).

