
TRAMA
Dopo la misteriosa scomparsa della propria bambina, una giovane coppia inizia a ricevere strani video e si rende conto che qualcuno ha filmato la loro vita quotidiana, persino i momenti più intimi. La polizia mette la casa sotto sorveglianza per tentare di sorprendere il voyeur, ma la famiglia inizia a sgretolarsi a mano a mano che i segreti si svelano sotto lo sguardo attento di occhi che li osservano da ogni parte.
RECENSIONI
Un quadretto familiare: una giovane coppia con la loro bimba piccola; fuori campo la voce della nonna. L’immagine però s’interrompe in freeze frame, torna indietro in rewind: si tratta di un filmino di famiglia che la madre Peiying sta analizzando sullo schermo del suo pc. Setaccia l’inquadratura alla ricerca di un indizio che la aiuti a ritrovare la figlia Bo, scomparsa mentre era al parco giochi insieme al disattento padre Junyang. È chiaro, esplicito, dichiarato fin dall’incipit il tema che solca le venature di Stranger Eyes - Sguardi nascosti, terzo lungo di fiction di Yeo Siew Hua, presentato in Concorso alla 81ª Mostra di Venezia: guardare e essere guardati, osservare e essere osservati. E poi spiare e essere spiati, soprattutto quando i due sposi iniziano a ricevere alcuni dvd che racchiudono frammenti rubati dello loro vita privata: spezzoni di un’intimità violata firmati da un anonimo stalker (l’attore taiwanese Lee Kang-sheng, feticcio di Tsai Ming-liang), un vicino di casa che abita di fronte e li sorveglia dalla sua finestra sul cortile. C’è il voyeurismo cinematografico di Hitchcock e dell’Haneke di Niente da nascondere, e poi quello reale di Singapore, patria del regista, il paese che può vantare un record orwelliano, cioè il maggior numero di videocamere di sorveglianza per numero di abitanti - infatti nel film compaiono cctv in ogni angolo, costante monito di una società ipercontrollata, esposta, in cui tutto è registrato; ma gli schermi e le camere si moltiplicano in una ipertrofia di occhi che ci guardano, tra dirette streaming, video su dvd, smartphone, webcam… E mentre ragiona sull’atto del guardare, Stranger Eyes sembra muoversi come un thriller, con il mistero della scomparsa della bambina e la detection, ma via via che la storia procede il thrilling cede il passo al melodramma per tornare al vero cuore del racconto - e qui sta l’originalità del film di Yeo Siew Hua -, ovvero alla dimensione privata, alla sfera familiare e delle relazioni (moglie-marito, ma soprattutto genitori-figli), ragionando su come i rapporti interpersonali siano mutati in mezzo alla sovraesposizione di immagini, con la privacy messa in mostra, data in pasto al pubblico. Non a caso Stranger Eyes si apre con un filmino di famiglia, e pure i video dello stalker si trasformano, man mano che ogni pezzo va al suo posto, in disperati home movie di un padre che riesce a relazionarsi con la figlia solo a distanza, attraverso uno schermo.
