
TRAMA
L’entità era nel corpo del suo pusher che si uccide davanti a lei: l’acclamata popstar Skye Riley, reduce da un incidente d’auto per abuso di droghe, comincia ad avere allucinazioni orrifiche, si confida con la migliore amica, vorrebbe annullare il prossimo tour ma la madre insiste per farlo.
RECENSIONI
Skye, come Beau, ha paura. La sua è una realtà dominata dall’incubo, un mondo che si sfalda progressivamente sotto occhi che non sono più in grado di distinguere il reale dai fantasmi; ancora una volta è il trauma a definire il presente allucinatorio del/la protagonista e ancora una volta la presenza ingombrante di una figura materna incapace di essere guida (qui perfino professionale: è la sua manager) finisce per alimentare la fiamma dell’orrore. Il cammino si configura allora come una discesa verso l’abisso, un peregrinare a vuoto nei meandri di una mente infettata che ha ormai perso il controllo e non concede più alcun margine di manovra. Costretti al tormento di (ri)vedersi, di osservare sbigottiti la propria immagine allo specchio, perfino di lottare contro il proprio sé proveniente del passato.
Rispetto al primo e sorprendente capitolo (secondo chi scrive, per i motivi che ho cercato di mettere in evidenza qui, tra i film che meglio hanno saputo raccontare la propagazione virale e virulenta del trauma nel presente post-pandemico) Parker Finn alza l’asticella dell’ambizione e oltre a riprendere tutti gli elementi che avevano fatto la fortuna del capostipite, riesce non solo ad aggiustare ma perfino ad estremizzare quello che forse era uno degli aspetti meno riusciti del film precedente, ovvero quell’alternanza fin troppo meccanica tra realtà e allucinazione, che finiva per rendere tutto sommato prevedibile ciò che invece era costruito per disorientare. Proprio come lo straordinario e già citato film di Ari Aster, Smile 2 fa invece della dimensione iper-soggettiva della protagonista la sua cifra essenziale e radicale, finendo per dissolvere le coordinate del reale in un incubo personalissimo che diventa, in virtù dello status di pop star di Skye Riley, condiviso da tutti. L’operazione è puntualissima: sono gli anni del trionfo dell’Eras Tour e dell’auto-narrazione intima e insistita di Taylor Swift, gli anni in cui il mondo reale sta sperimentando suo malgrado le estreme conseguenze delle radicalizzazioni soggettive delle bolle virtuali, gli anni del trionfo dell’autofiction e dell’iper-narrazione di sé; gli anni in cui lo sguardo, il mio sguardo, è sempre più interessante e più vero del tuo. Perché ancora una volta quello di Parker Finn è un film del presente e sul presente, un horror urbano che non contempla la nostalgia e che anzi sa usare le immagini e soprattutto i codici narrativi e visivi del contemporaneo in modo non meno interessante di altri due titoli fondamentali della stagione come Trap e The Substance (non a caso, ancora due horror, ancora due film che mettono al centro una stella dell’intrattenimento e che esplicitano anche visivamente la dimensione dello sguardo), sui quali si è scritto e discusso molto di più semplicemente in virtù della loro evidente autorialità. Smile 2 invece, come il suo predecessore, continua a lavorare all’interno dei riconoscibili codici dell’horror più commerciale e nonostante sia in grado di inglobare al suo interno quella logica da performance che negli ultimi anni è stata al centro di tanti titoli dichiaratamente d’autore (la sequenza coreografica nell’appartamento, tra le più belle e spaventose dell’anno, che si chiude con una compenetrazione di corpi in cui riecheggia ancora il capolavoro Society, pare una traduzione più immediata e popolare delle danze di Suspiria e Midsommar), trova proprio in questo spazio la sua capacità di creare uno scarto importante con tanta produzione coeva (vedi alla voce: Blumhouse), spesso schiava di formule edulcorate e votata ad una serializzazione ben più banale.
Sta qui l’interesse di un sequel perfino migliore dell’originale, capace di riprendere gli aspetti più interessanti del predecessore non per metterne in scena un pigra riproposizione ma per rielaborarli, anche in virtù dell’estremizzazione della dimensione soggettiva di cui sopra. E come sempre la differenza la fanno le immagini, che Parker Finn confeziona nuovamente con grande rigore e coerenza, permeandole, ad esempio, di quella riflessione sulla persistenza (retinica) del trauma che è alla base di entrambi i capitoli: se lì la visione della madre morta per overdose portava la protagonista (Rose…) a muoversi all’interno di spazi in cui tornava insistentemente il colore rosa confetto, quasi una prigione di un tempo infantile che si è fermato, qui l’incidente automobilistico che ha causato la morte dell’attore e fidanzato della cantante viene rievocato costantemente attraverso l’utilizzo di immagini rovesciate che rimandano alla soggettiva di Skye Riley a testa in giù nell’automobile ribaltata, nei minuti immediatamente successivi all’uscita di strada. Il trauma e lo sguardo dunque (il piano sequenza iniziale, più che un mero virtuosismo, è una dichiarazione d’intenti: teniamo gli occhi spalancati, l’orrore deve diffondersi, la catena deve continuare); l’incubo della mente che diventa lancinante fastidio del corpo, tra richieste di un new brain e un dolore alla schiena che sta lì a ricordarci fisicamente che non siamo più quelli di prima; una domanda che è anche una presa di coscienza: «Am I a future disaster that’s waiting to happen?». Infine, una certezza, in un oceano di nichilismo a buon mercato tanto prevedibile quanto divertente e puntuale: di fronte a questa realtà terrificante governata dal trauma e da un orrore che si diffonde come un virus, l’unica reazione che ci verrà concessa sarà quella di sorridere. Poi moriremo.
