Drammatico, Sky

CAMPO DI BATTAGLIA

TRAMA

Sul finire della Prima guerra mondiale, due ufficiali medici amici d’infanzia lavorano nello stesso ospedale militare, dove ogni giorno arrivano dal fronte i feriti più gravi. Molti di loro però sono impostori che si sono procurati da soli le ferite e che farebbero di tutto per non tornare a combattere. Stefano, di famiglia altoborghese, con un padre che sogna per lui un avvenire in politica, è ossessionato da questi autolesionisti e, oltre che il medico, fa a suo modo lo sbirro. Giulio, apparentemente più comprensivo e tollerante, è a disagio alla vista del sangue, è più portato per la ricerca e avrebbe voluto diventare un biologo. Anna, amica di entrambi dai tempi dell’università, fa la volontaria alla Croce Rossa: un duro lavoro che affronta con determinazione, consapevole che è il prezzo che sta pagando per il fatto di essere una donna. Laurearsi in medicina era infatti difficilissimo a quei tempi per una donna senza una famiglia influente alle spalle. Qualcosa di strano accade intanto tra i malati: molti si aggravano misteriosamente. È possibile che qualcuno stia provocando di proposito complicazioni alle loro ferite, perché i soldati vengano mandati a casa, anche storpi, anche mutilati, pur di non farli tornare al campo di battaglia. Nell’ospedale c’è dunque un sabotatore, di cui Anna è la prima a sospettare. Ma sul fronte di guerra, proprio verso la fine del conflitto, si diffonde una specie di infezione che colpisce più delle armi nemiche. E presto contagia anche la popolazione civile…

RECENSIONI

Friuli-Venezia Giulia, 1918. L’anno della vittoria, eppure a saturare la prima inquadratura del film è un mucchio di cadaveri da cui spunta la mano di un morto vivente, e a sfilare in uniforme non è una schiera di soldati vittoriosi, ma una triste parata di ragazzi e uomini sbandati, impauriti, massacrati. Ecco che il campo di battaglia scelto da Gianni Amelio per il suo ultimo lungo - in Concorso a Venezia 81 - non è il fronte della Prima guerra mondiale, ma ciò che sta attorno, oltre i combattimenti, gli scontri, le trincee, il fuori campo dell’azione bellica. Il suo dramma storico, liberamente ispirato al romanzo La sfida di Carlo Patriarca, si svolge infatti all’interno di un ospedale militare, dove due ufficiali medici, amici dai tempi dell’università, curano i feriti e i malati (colpiti dall’epidemia di Spagnola) mettendo in pratica in maniera opposta un proprio codice morale: da una parte c’è l’inflessibile Stefano (Gabriel Montesi), ossessionato dalla disciplina e rigidissimo con gli autolesionisti che provano a disertare la guerra; dall’altra lo schivo Giulio (Alessandro Borghi), “la mano santa” che aggrava la situazione dei feriti per aiutarli a evitare la morte in battaglia, per «strapparli alla grande ingiustizia», ben consapevole della «vecchia bugia» - come nel poema di Wilfred Owen - per cui «dulce et decorum est pro paria mori». Non c’è nulla di dolce né dignitoso tra le file di storpi, mutilati, accecati che affollano i letti dell’ospedale, in quella Babele di dialetti diversi (molto bello il lavoro sull’aspetto linguistico) che si mischiano insieme ai lamenti. Con estremo rigore, Amelio sceglie di stare dentro questo luogo-limbo, un Purgatorio ai confini del campo di battaglia (un altro recente film bellico “purgatoriale” è I dannati di Roberto Minervini), e di sondare i dilemmi etici, le ambiguità, le zone d’ombra dei personaggi - oltre ai due dottori, l’infermiera Anna (Federica Rosellini), che in quanto donna non ha potuto laurearsi a pieni voti in medicina come i colleghi uomini. E scansando l’epica del war movie, compone piuttosto un affresco umanista in costume.