TRAMA
New England, primi del novecento: in città si aggira un assassino che prende di mira le donne con infermità. Il nuovo medico è preoccupato per la domestica muta di due ricchi fratelli.
RECENSIONI
Un thriller che ha fatto scuola negli ingredienti e meccanismi di suspense: a parte la predilezione per le vittime più indifese (alla muta Dorothy McGuire, in futuro, saranno preferite le cieche), è archetipica anche la scelta dell’ambientazione in una cupa e fatiscente casa, per non parlare della figura del serial killer con annessa analisi freudiana sugli shock infantili (in parallelo: assassino e vittima). Hitchcock era già nei paraggi ma Robert Siodmak ha uno stile differente, più debitore dei simbolismi e dell’onirismo dell’espressionismo tedesco, arrivando a trascurare (a differenza del maestro inglese) la tensione generata dall’ingranaggio “giallo”, nel tentativo di trasfigurare l’orrore in territori visionari/visivi: non in modo del tutto soddisfacente, in quanto il racconto perde in pathos e climax, difetto ravvisabile in altre opere del regista tedesco. L’inizio è semplicemente geniale: omaggia i primi passi del cinematografo con la proiezione di The Kiss (1914), descrive in parallelo il primo omicidio, con l’inquietante carrello verso la pupilla dell’assassino (marchio espressionista insieme alla scala a chiocciola, simbolo delle spirali delle menti malate, cui Siodmak dedicherà sempre attenzione), rende l’afona domestica (fra il pubblico in sala) “spettatrice” di entrambe le sequenze e la conclusione del film muto coinciderà con quella della vittima. Intanto si odono i rumori della tempesta in arrivo: magnifico. Il film funziona meno quando lo sperimentalismo pare più fine a se stesso che espressivo: vedere la sequenza dell’assassino (dalla prevedibile identità) che spia la domestica allo specchio, a seguire le soggettive deformate. Da quest’ultima sequenza in poi si fanno artificiosi gli avvertimenti della donna anziana immobilizzata, il terrore è più paventato che vissuto e alberga maggiormente nell’atmosfera che in ciò che realmente accade. L’attenzione del regista, inoltre, si sposta sulla povera Cenerentola di turno e sull’incubo della sua mancanza di “parola” (il sogno del matrimonio in cui non riesce a dire “Sì”): tutti elementi freudiani-allegorici che, ben collegati, dovevano offrire un quadro più intrigante del risultato. Alberto Sordi doppia Stefano e fa venire in mente Ollio.
