TRAMA
Nel 1995, la scomparsa di un escursionista nelle remote montagne dell’Oregon scatena le speculazioni su un virus legato alla fauna selvatica della regione: su questa malattia esisteva già una leggenda dei nativi americani, chiamata “Volto di lupo”. Durante una battuta di caccia nella zona, un giovane Blake Lovell e suo padre Grady, un uomo severo, avvistano una misteriosa creatura in agguato nella foresta e si nascondono in un capanno da caccia elevato.
RECENSIONI
La Universal aveva l’ambizioso progetto di creare un Dark Universe, cioè un universo condiviso, sulla scia del Marvel Cinematic Universe, in cui fare interagire tutti gli Universal Classic Monsters, quelli che hanno conquistato l’immaginario mondiale tra gli anni ’30 e gli anni ’50 attraverso mitici film dell’orrore. Sappiamo poi com’è andata a finire, La Mummia con Tom Cruise, da cui tutto sarebbe dovuto partire, non è stato l’insuccesso di cui sempre si parla (ha pur sempre incassato 409,2 milioni di dollari), ma nemmeno il grandissimo successo che si sperava e non è stato ritenuto abbastanza solido da poter sostenere l’avviamento di un nuovo filone. Si è così deciso di passare a film stand-alone e a budget ridotto, in cui i mostri vengono rivisitati in chiave contemporanea. L’apprezzato L’uomo invisibile, co-prodotto con la lungimirante Blumhouse di Jason Blum, ha avuto la sfortuna di incappare nel periodo pandemico, ma è stato ugualmente molto remunerativo (incasso mondiale di 144,4 milioni di dollari a fronte di un budget di 7 milioni di dollari) e la strada è proseguita con questo Wolf Man. Il progetto iniziale prevedeva la regia di Derek Cianfrance con Ryan Gosling protagonista, poi si sono ridimensionate le ambizioni, Gosling è rimasto tra i produttori ma si è passati a un’altra produzione indipendente targata Blumhouse che si configura come una sorta di reboot de L’uomo lupo del 1941. Il risultato sconta il grosso limite di collegarsi a un immaginario arcinoto come quello dei lupi mannari, affrontato moltissime volte con risultati alterni, ma riesce a destreggiarsi mostrando, perlomeno a tratti, personalità. Abbandonata ogni ipotesi di originalità il film di Leigh Whannell (al suo attivo Insidious 3, Upgrade e, appunto, L’uomo invisibile) riesce subito ad agganciare lo spettatore, prima con un lungo prologo, ambientato nel passato tra un padre e un figlio quando incontrano con un lupo mannaro, poi nella contemporaneità, con quel figlio diventato a sua volta genitore, padre di una bambina a cui è legatissimo, mentre il suo matrimonio naviga nelle acque torbide della sopportazione. Nella coppia la tensione è costante e l’uomo pensa possa essere una buona idea trascorrere un po’ di tempo tutti insieme nella casa della sua famiglia di origine, nei boschi dell’Oregon, in cui deve comunque andare dopo la morte del padre. Le tensioni familiari si scontrano con un incedere subito spiazzante, in cui il pericolo arriva prima ancora che la famiglia giunga a destinazione. Gli sviluppi eliminano elementi della tradizione (nessuna pallottola d’argento) e puntano sulla progressiva trasformazione del padre e marito in mostro dopo che è stato morso da un lupo mannaro. Un contagio che viene mostrato con originalità attraverso il punto di vista non solo, come il più delle volte accade, di chi ne è testimone, ma anche dello stesso protagonista licantropo, in progressiva fuga dal mondo umano per abbracciare una percezione sempre più animale (affina la vista al buio, capisce sempre meno le parole che capta come suoni indistinti). Ed è soprattutto questo aspetto che funziona e inquieta, sicuramente più delle solite fughe, inseguimenti e buh!, visti e stravisti. L’assunto di fondo mostra la necessità di dover uccidere il proprio padre (e partner?) per costruire una propria identità che consenta di crescere e realizzare se stessi, con la famiglia ennesimo covo di tutte le insidie. Nulla di nuovo, condotto però sondando il cupo delle derive e prediligendo l’empatia, con un ritmo tutt’altro che adrenalinico ma costantemente teso, giocando sull’attesa e sulla creazione dell’atmosfera, con il mostro per lungo tempo fuori scena. L’insuccesso di pubblico (34,9 milioni di dollari di incasso globale a fronte di un budget di 25 milioni di dollari) potrebbe rappresentare un nuovo stop anche per questo tipo di progetti a più basso rischio. Sembra proprio che per i mostri della Universal la strada di un ritorno in grande stile continui a essere irta di ostacoli.
