Biografico, Recensione

WILDE

TRAMA

Vita del commediografo Oscar Wilde, che scoprì tardi la propria omosessualità e, innamorato di un giovane aristocratico, affrontò un processo per indecenza.

RECENSIONI

Brian Gilbert, dopo una parentesi americana votata a commedie convenzionali (Viceversa), torna al ritratto d'artista "scandaloso": tre anni dopo il T.S. Eliot di Tom & Viv, porta sullo schermo la vita (più che le opere) di Oscar Wilde, focalizzandosi (anche troppo, a scapito della sua poetica) sulla passione travolgente per una femme fatale che lo porterà alla rovina. La messinscena senza guizzi s'illumina nel momento in cui la sceneggiatura di Julian Mitchell ricorda gli aforismi e lo spirito squisitamente caustico del poeta, un fustigatore della morale con il fioretto dell'ironia e con una maschera che nascondeva la vocazione allo scandalo: a essere privilegiato, infatti, è il poeta in versione mite, genio sconfitto dal mélo letale. Il sale della vita sono anche le prove degli interpreti, capeggiati da un impagabile Stephen Fry che sembra nato per il ruolo (anche lui commediografo, sornione e omosessuale). Anche il dramma con la bandiera dell’omosessualità ha risalto e condanna un'Inghilterra perbenista, colma di pregiudizi e ipocrita nel momento in cui, citando Wilde, odiava, più dell'essere pervertiti, il "sembrare" pervertiti. La capace sceneggiatura, basata anche sul ‘De Profundis’ scritto da Wilde in prigione, identifica il "Gigante Egoista" della nota fiaba con il protagonista, che trascurò la propria famiglia e si ritrovò un giardino senza frutti, una volta allontanato dal proprio amore.

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