Commedia, Recensione

VIVA L’ITALIA

TRAMA

Leader del partito Viva l’Italia, Michele Spagnolo ha raccomandato tutti i figli: quella con la zeppola per fare l’attrice, quello scemo per dirigere un’azienda, quello che fa il medico, pur bravo, in un ospedale con primario intrallazzato. Ma, all’improvviso, soffre di demenza e inizia a dire la verità.

RECENSIONI

L’idea portante è meritoria, come urgenza del contesto storico-politico se non come nota originale: Massimiliano Bruno ha dichiarato di essersi ispirato a “Così è (se vi pare)” di Pirandello, cita spesso Shakespeare e, nel trailer, ha sfruttato l’aforisma di Flaiano “Nel paese della bugia, la verità è una malattia”. Il politico corrotto che, suo malgrado, dice solo la verità è, dal nome del partito fino ai vizi (prostitute), un palese riferimento a Silvio Berlusconi: anche sceneggiatore, Bruno ha nel carnet molti testi teatrali politici “duri” (“Zero”, “Gli ultimi saranno gli ultimi”, “Agostino”) e porta avanti l’opera con sincero afflato la cui portata, purtroppo, finisce per mitigarsi su tutti i fronti. Innanzitutto, la bandisce quasi subito dalla cosa pubblica per gettarla nel minuto della cerchia familiare del protagonista; in secondo luogo, la farsa che l’accompagna rientra appieno negli stereotipi della tipica commedia becera e di “tipi” all’italiana d’ultimo corso. Due fattori che diventano le colonne portanti di un film che, quindi, perde tuta la sua carica eversiva, risolvendosi in piccoli fatti personali, fatta la tara della morale finale (il pistolotto di Michele Spagnolo alla nazione e lo schematico adoperarsi per raddrizzare le vite dei figli), in cui s’esortano le nuove generazioni a riprendere il controllo della politica attraverso il voto (tutto qua?). Con un pizzico di ipocrisia quando, al personaggio redento di Alessandro Gassman, l’autore fa fare carriera ricattando gli avversari: come dire che, in questa Italia, l’unico modo di migliorare le cose è essere mossi da buone intenzioni e fare lo sgambetto agli altri come i padri. Il fare più ammiccante che feroce è ben segnalato, anche, dall’abuso di note canzoni “emozionali”: fanno da contraltare momenti in cui il film riesce a toccare il nervo scoperto della mentalità clientelare, le buone recitazioni e le scene di riscatto tanto risapute quanto efficaci.

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