TRAMA
Lilian, una psicologa americana stabilitasi a Parigi, si convince che dietro l’apparente suicidio della sua paziente Paula si nasconda un delitto.
RECENSIONI
Rebecca Zlotowski è una regista contemporanea nel senso pieno del termine, quindi cosciente del mercato, una cineasta che ha cominciato con un cinema riconoscibilmente d’autore (La belle épine: sintesi impensabile tra l’asprezza di un Maurice Pialat e certo cinema americano; tra realismo sociale e artificio letterario) per poi convergere su una proposta che guardasse esplicitamente al pubblico, ma senza rinunciare alle proprie costanti poetiche e stilistiche. Dopo I figli degli altri, Vita privata rappresenta la conferma di un'idea di cinema che, muovendo da territori complessi - quelli del dramma psicologico - trova compiuta espressione in una scrittura capace di accogliere sfumature brillanti, accenti ironici, aperture alla commedia, senza mai snaturare la complessità emotiva del racconto. Nell’intervista che le ho fatto per FilmTv l’autrice ha ammesso che avverte sempre più come una missione quella di confezionare dei film che siano innanzitutto degli oggetti di piacere per lo spettatore e che il modello al quale guarda è Steven Soderbergh, regista capace di oscillare, senza complessi, tra operazioni mainstream come Ocean’s Eleven e progetti radicalmente indie e sperimentali come Bubble.
Vita privata si muove tra questi estremi narrando la storia di Lilian Steiner, psichiatra americana trapiantata a Parigi, che decide di investigare sulla misteriosa morte di una sua paziente - che sospetta essere un omicidio - per poi trovarsi alle prese con un proprio viaggio interiore.
Il film comincia con Psycho Killer, la canzone dei Talking Heads che mescolando all’inglese frasi in francese, vuole mettere in evidenza la doppia personalità del suo psicopatico protagonista. Anche Lilian è bilingue: pur americana, parla un francese perfetto (versione originale quanto mai obbligatoria), ma nei momenti più concitati sibila frasi in inglese, facendo emergere involontariamente un passato rimosso e al quale si fa solo vago cenno. È il punto della questione: quel passato sommerso (che riguarda anche la propria cultura ebraica, dalla quale si è allontanata: un conflitto interiore che le ritorna sotto forma di visione simbolica) viene a galla in modi imprevisti (le lacrime) e tracima allorquando, ponendosi domande su Paula, la paziente suicida, la protagonista comincia a interrogare la propria vita, affrontandone i traumi. A cominciare da quello della morte materna (e forse di una sorella gemella, durante un Natale nevoso) che la influenza profondamente, al punto da sottrarsi affettivamente al figlio Julien e al nipote, per paura di perdite future. Il mistero che concerne la morte di Paula si rivela un finto giallo, andando a costituire lo specchio del personale malessere di Lilian e, drammaturgicamente parlando, lo strumento che le consentirà di scendere a patti con la sua durezza, a comprenderla e forse a superarla.

Dicevo a proposito di After The Hunt di Guadagnino, quanto Another Woman di Woody Allen sia un modello al quale si ricorre sempre più spesso: come nel film di Allen anche qui l’altra donna (la paziente morta) finisce per farsi riflesso di sé e la psicoanalisi diventa il catalizzatore dell'introspezione necessaria per cambiare la propria vita e liberarsi dai vincoli del passato (un altro esempio? Il bellissimo Sibyl di Justine Triet). Ma Zlotowski va oltre, mettendo palesemente sul piatto il riferimento a tanto del cinema nevrotico, brillante, metropolitano e sottilmente filosofico di Woody Allen: nell'irruzione del metafisico, con la visita di Lilian alla medium, ritroviamo Alice (1990), dove la protagonista (Mia Farrow) ricorreva a un medico cinese che, prima che curarle il mal di schiena, faceva luce sulla reale natura dei suoi rapporti personali (in origine una variazione alleniana a Giulietta degli spiriti). Ancora più riconoscibile l’omaggio a Misterioso omicidio a Manhattan, con la brillante dialettica tra i coniugi impegnati a risolvere un caso delittuoso. A questo proposito, a conferma della duttilità del suo metodo operativo, Zlotowski, avendo rilevato la chimica tra Jodie Foster e Daniel Auteuil, ha modificato il disegno iniziale del film rendendolo una remarriage comedy, dove l'amicizia tra due ex coniugi emerge come alternativa alla passione.
Ciò detto Vita privata si inserisce coerentemente nel percorso autoriale della regista francese, arricchendone la riflessione su una femminilità non convenzionale, libera da cliché. Lilian, protagonista sfaccettata e contraddittoria, incarna conflitti profondi: un dolore antico e radicato, le ombre della memoria ebraica ashkenazita, una maternità ambigua, vissuta come tensione, e il costante confronto tra razionalità e desiderio. D’altro canto - in odor di Stanley Donen - il film si pone anche come esplicito esempio di un cinema di cerebralità leggera, oltre che un’interessante sperimentazione, fatta sul terreno del mainstream, dell’intelligenza artificiale, utilizzata in un modo sorprendentemente creativo (le visioni della protagonista: a prompt verbali definiti sono seguite immagini imprecise e talvolta prive di logica che hanno suggerito, proprio per la loro imperfezione, delle chiavi per definire il passato di Lilian).
Un film-crocevia stimolante, insomma, non sempre in equilibrio, ma che va apprezzato, come dicevo all’inizio, proprio per la sua propensione a pensarsi innanzitutto come raffinato prodotto commerciale.

