
Dodici mesi di videomusica divisi in due parti. A questo giro tutte le categorie, seguirà la TOP 20.
La stagione videomusicale conferma una tendenza alla cristallizzazione del linguaggio sulla formula performativa, nelle modalità che indico, con pochi slanci narrativi (una formula in affanno) e, in generale, con pochissima sperimentazione. L’ossessione per la resa estetica immediata sacrifica spesso l’invenzione: sempre più raro è l’emergere di video destinati a lasciare un segno nel tempo.
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PERFORMANCE

Abracadabra (Lady Gaga)
diretto da Lady Gaga, Paris Goebel & Bethany Vargas
La baracconata à la Gaga, ma secondo l’oggi: quindi set austero, nessun gigantismo scenografico particolare, tutta l’esasperazione solo nella costruzione del movimento scenico e nell’alternarsi, esaltato dal montaggio, delle due sessioni di balletto contrassegnate dai colori in contrasto. Notevole, ma non quanto Can’t Keep A Beat (Say Now) diretto da Douglas Reddan che punta solo sulla stupefacente coreografia di Laura May Buckley, lasciando che nulla (davvero nulla) distolga l’attenzione dalla costruzione del movimento.
Ancora da Gaga The Dead Dance diretto nientemeno che da Tim Burton, video che purtroppo non sposta nulla, riprendendo la bipartizione cromatica e la danza spastica da marionetta del precedente (è riconoscibile in entrambi il tocco coreografico di Parris Goebel), ma inserendo l’esibizione, come bambola che prende vita, in un contesto gotico di una sontuosità (e pesantezza) che evoca, senza rivitalizzarle, le messe in scena dei classici della star. Un promo coerente con la linea dell’album, ma che non va oltre la protocollare performance inscritta nel riconoscibile immaginario marca Burton. E che si limita ad aggiornare il blasonato curriculum video della diva con l’aggiunta di un’altra griffe.
A proposito di registi cinematografici a servizio del formato in questo 2025, ricordiamoci di Andrea Arnold e Taika Waititi.
Exile (Saint Levant)
diretto da Lyna Zerrouki
Finalmente una performance che usa il messaggio (politico, fortissimo) per cambiare le carte in tavola della messa in scena: un palco essenziale, vuoto, quasi astratto, pochi elementi ma di spessore, un impianto visivo che colpisce perché ragiona per mancanze. Nello spazio così ridisegnato si accoglie una esibizione di teatro-danza austera e calda a un tempo (coreografie di Mes Lesne). Chapeau.
Born Again (LISA feat. Doja Cat & RAYE)
diretto da Bardia Zeinali
Un trio di eccezione celebrato a dovere in un’infilata di quadri lussuosi che ammiccano a contesti storici differenti. Bardia Zeinali, che lavora nella moda (Vogue) prima che con la musica, sfodera un saggio glamour di grande impatto visivo e scenografico e che di questo si accontenta.
Sulla stessa onda Tonight (Pinkpantheress) che mette in scena una corte settecentesca con le sue moine: efficace e fermo sull’idea, come ormai d’uso.
Flood (Little Simz)
diretto da Salomon Ligthelm
Salomon Ligthelm, da beniamino di Vimeo – che ne segnala i primi lavori in crowdfunding -, sbarca al video ad alto budget (Skrillex, The Weeknd, Young Fathers) e al commercial per grandi marchi. Il primo lavoro per Little Simz è il premiatissimo Introvert (2021) in cui, guardando a certo neonaturalismo in videomusica (Romain Gavras & adepti, da Vincent Haycock a AG Rojas), su un set riconoscibile (il Natural Hystory Museum di Londra), mette in fila austeri quadri coreografici che prediligono outfit minimale e movenze più espressive che tecniche; i sipari rimandano a certi tableau vivant di Vanessa Beecroft – in scoperto feeling con l’arte contemporanea – e ai visual delle sorelle Beyoncé e Solange (e prima ancora a Runaway e ai defilé di Kanye West): combinando set performativo con cenni narrativi e materiale di repertorio, Ligthelm perviene a un’ammiccante sintesi del video di tendenza dell’ultima decade. Per Flood, partendo da una veglia funebre, si lascia andare a una fantasia ultraterrena in cui, in un bianco e nero d’impatto e con la consueta cura nella composizione dei quadri, combina l’energica coreografia di Kloe Decano con una narrazione visionaria e inafferrabile (il defunto è un torero) che espressivamente molto deve al carisma di Little Simz. Il regista, definendo il video una neo-favola, ha indicato i suoi riferimenti figurativi in classici come Il settimo sigillo di Bergman e Quarto potere di Welles, oltre che in opere moderne come il Macbeth di Joel Coen e The Lighthouse di Robert Eggers. C’è talento, c’è furbizia.
I Would Die 4 U (Lauren Auder)
diretto da James Ogram
Del perché la performance è indispensabile per i giovani artisti e di come la sua costruzione sia più importante di contesti particolari in cui inscenarla, di set strutturati e pomposità varie. Qui all’essenza coreografica e, nel suo dichiararla, una certa ironia, levità, strafottenza. Vale anche per Jordan Sellers che dirige Mud Of Emotion che costruisce un’implicita narrazione seguendo il lip sync del sodale Sandy Crow nell’unico ambiente, variando luci e scenografie e puntando sulla tensione di un ralenti per sottintendere un tormento. Merita moltissimo anche il modo in cui la personalità della performer viene esaltata dalla gestione di ambientazione e spazio (tra l’installazione artistica e certi spettacoli di Dimitris Papaioannou) in Back To Me (Le Marías) diretto da C Prinz. Anche Vanity (Isabella Lovestory) diretto da Tohé Commaret si mette in evidenza per il modo in cui viene usata l’ambientazione, con un montaggio e una scelta di soluzioni che ne accentuano, in linea con il discorso musicale, la claustrofobia.
Sola (Arca)
diretto da Daniel Sannwald
Una performance che si affida a un’effettistica naturale (nel senso che non è generata in post) di grande fascino e che opera in crescendo, seguendo un’ideale parabola temporale. C’è del concettuale, ma con una leggerezza e un’essenzialità che lo fanno evaporare. Wow!
Feel Something (Sasha Keable)
diretto da Billy King
A fare la differenza è l’idea dark, ma, a ben guardare, è sempre un video figlio dell’attuale tendenza a fermarsi a una sola idea di rappresentazione e tornare a inscenare la performance in set che si ripropongono scanditi nel corso del clip. Del regista da segnalare anche Billie Holiday (AntsLive), riflessione su viralità e opportunismo nel pop. King (da poco nella scuderia CANADA) mantiene il tono pungente dei lavori passati e la fantasia delle soluzioni, spostando Ants in un ruolo più ambiguo e satirico.

Heroina – Messiah (Sevdaliza)
diretti da Tanu Muino
Incontrastata regina del vp degli ultimi anni, Tanu Muino continua ad approcciare la star ibridando una certa grandeur visiva old school (Joseph Kahn, in particolare) con uno stile materico tutto odierno che, pur implicandola, suggerisce un’idea meno patinata e più concreta di glamour. Nel primo di questo dittico per Sevdaliza lo fa esplorando, in chiave sensuale, una fantasia biomeccanica che guarda a Cunningham per arrivare, smaccatamente, alle ultime declinazioni del modello (Frederik Heyman). Nel secondo si muove ossessiva nell’immaginario religioso (il feticcio della croce, in particolare), decostruendolo e smitizzandolo con una provocatorietà che, pur nell’insistenza, suona sempre leggera e inventiva.
Handlebars (JENNIE & Dua Lipa)
diretto da BRTHR
Messi in prospettiva storica, i clip di BRTHR rappresentano una delle espressioni più emblematiche di ciò che il video anni 10 ha offerto all’attuale decennio: un’estetica e un linguaggio visivo che gli anni 20 hanno pienamente assorbito e definitivamente consacrato, quelli dell’immagine per l’immagine, dell’effetto per l’effetto, della stupefazione per la stupefazione. In questo senso possiamo considerare la loro videografia, a ragion veduta, davvero seminale. Un’influenza innegabile la loro, dunque, che questo video non fa che confermare: perché ha il loro marchio inconfondibile impresso su ogni frame, rimanendo, indiscutibilmente, espressione del tempo presente (si guardi questo diretto da Archie Erskine). Amen.
Lovesick Lullaby (Yungblud)
diretto da Charlie Sarsfield
Adoro Yungblud e ho seguito con trepidazione il discorso video legato al suo album: ci trovo molta intelligenza (qui una sagra del video anni 90 con carrellate di ammicchi e citazioni, in perfetta linea con le reminiscenze Blur del brano), ma ho l’impressione che Sarsfield (che dirige anche questi nove minuti ai quali ho affidato tutte le mie speranze – è uno dei pezzi dell’anno -) sprechi il potenziale di questo artista pazzesco con una serie di set e situazioni che nel cliché – che vorrebbero ironicamente riciclare – lo fanno alla fine ristagnare. È un peccato perché la coscienza derivativa di Yungblud tende volutamente a un kitsch che meriterebbe un’altra capacità di (re)invenzione.
21st Century Cool Girl – So Sad So Hot (Chloe Qisha)
diretti da Bedroom
Bedroom al trattato teorico con due esempi plastici di video-performance contemporaneo: pura visione, nessuna narrazione (neanche come sottotesto), set quasi fotografici in cui la coreografia è pensata come a una sequela di pose, ambientazioni minimaliste in cui a fare la differenza sono solo le luci, i colori, gli outfit, qualche prop. Ne ho già fatti sopra, ma ecco altri esempi, con variazioni, di tale tendenza quest’anno:
Red Light (Sophie and the Giants) diretto da Roisino
Indigo (Henry Moodie) diretto da Rob Brandon
Deep Blue Okay (Self Esteem) diretto da Piers Dennis
Weeds (Sugababes) diretto da Gemma Yin
Balenciaga Covered Eyes (Agnes) diretto da Swim Club
D.A.N.C.E. (Peggy Gou) diretto da The Reids
Tornando ai Bedroom, ancora in accoppiata con Qisha, Modern Romance è un bel mix di performance e coreografia, condito di sensualità e umorismo, mentre Guilty di Teddy Swims, altro vp, vanta un contesto – che diventa interiore – e una storyline da immaginare.
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NARRAZIONE

Cruel Love (Leon Vynehall feat. Beau Nox)
diretto da Alex Takács
Takács (aka Young Replicant), firma chiave degli anni Zero, torna con una narrazione criptica delle sue: lunga gestazione (due anni), splendida realizzazione. Il racconto segue un uomo che, per sfuggire a una realtà oppressiva e claustrofobica, si rifugia in un’astrazione psichico-lisergica, una fuga che non è una liberazione, poiché in essa incrocia un trauma personale che arriva a contaminare anche il presente, innescando un loop percettivo in cui sogno, ricordo e realtà si sovrappongono fino a confondersi. E nel quale la sua personalità si frantuma in diverse identità in conflitto, riunite nell’immagine finale, quando la quotidianità riprende il sopravvento.
Driving Round Looking For Unknown (Cero Ismael)
diretto da Folkert Verdoorn, Simon Becks
Immaginario antico (il freak catturato, il pubblico ludibrio dietro l’angolo), misto a elementi incongrui che sanno di contemporaneo: attenzione al dettaglio come in un film d’epoca, ma contraddetta da una presa di posizione stilistica (molto cool), dal tono demenziale, dalle screziature action. L’assurdità del mix (compresa la parte iconografica: i dipinti) è spiegata nel finale che sancisce sì la dimensione onirica, ma senza smentirla del tutto. Intanto si lasciano nella dimensione reale elementi che avremmo riferito al sogno (il viso deforme di Cero Ismael).
Inventare e spiazzare, molto bene.
Youth (Didi Han)
diretto da Ludovic Gontrand
Gontrand ha un piglio ormai riconoscibile: realismo contaminato dalla tendenza a soffermarsi su situazioni e personaggi estremi, in contesti allergici alla metropoli. Qui la parentesi gioiosa nella storia di un uomo solitario, una sorta di gigante buono, probabilmente emarginato, che viaggiando (o vagabondando) per le strade francesi si ritrova a fare un pezzo di strada con un gruppo di ragazze. Il video raccoglie per frammenti perfettamente inseriti nel tessuto musicale questa esperienza di accoglienza, fiducia, condivisione. Molto bello.
The Skin Of My Yellow Country Teeth (Clap Your Hands Say Yeah)
diretto da David M. Helman, Daniel Henry
L’ordinaria vita di un riparatore di computer: vecchie macchine come cuori e teste nelle quali entrare, mentre si coltiva un filo romantico personale che forse porterà a qualcosa. Molto ben scritto e ambientato, varia le situazioni mantenendo fermi i capisaldi della narrazione e riuscendo a costruire in poco tempo un mondo narrativo coerente e credibile. Certo, come per tutti i video di taglio narrativo così netto e cinematografico, c’è il rischio che la canzone degradi a semplice sottofondo, ma dal punto di vista di concezione e regia nulla da eccepire.
Dazed And Confused (Matilda Mann)
diretto da Ben Harris
Dopo Meet Cute (col quale vinse l’UKMVA newcomer), ancora Ben Harris al servizio di Matilda Mann: un incontro di sguardi si trasforma in un sogno lungo una vita intera; lei s’immagina tutto, ma alla fine, affamata d’amore come è, non lascerà che quel momento magico si dissipi senza un tentativo di approccio (il finale). Niente di nuovo, ma piace il garbo e la tenuta del racconto, con il bel lavoro su freezing digitali e fatti “in camera”.

People Watching (Sam Fender)
diretto da Stuart A. McIntyre
Il road trip di Andrew Scott: un vagabondare fatto di tappe, incontri, sensazioni. Da vivere nel presente perché il passato già segna in origine ogni momento di questa storia (il finale ce lo dice) e la destinazione è tutt’altro che ignota.
Da Fender anche Little Bit Closer con cui l’artista torna a Philip Barantini (dopo il premiato Spit of You) che rifà coppia con l’attore Owen Cooper (l’ha diretto nella serie Adolescence) per un poetico, toccante coming of age.
Love Hangover (Jennie & Dominic Fike)
diretto da Bradley & Pablo
Dall’orazione funebre di lui per lei ai flashback che ricostruiscono la loro love story – folle e rocambolesca – per microepisodi. Cartoonistico, stupidissimo, col Charles Menton che non ti aspetti.
Fa il paio con GBAD di Jackson Wang diretto dal sempre versatile Rich Lee.

Azizam (Ed Sheeran)
diretto da Saman Kesh
Saman Kesh porta avanti da sempre un discorso videomusicale fondato su produzioni ad alto budget, di profilo ostentatamente cinematografico, un dato ribadito dal puntiglio della dicitura A Film By nei titoli di testa dei suoi clip. Consacrato alla narrazione (sono sue anche le sceneggiature), forte di collaborazioni di prestigio (Bret Easton Ellis è voce narrante per Too Many Friends e Loud Like Love dei Placebo), ha vinto nel 2010 e 2013 il premio per il miglior video al SXSW di Austin (Luv Deluxe di Cinnamon Chasers e Stamina di Vitalic). Oggi il regista di origini iraniane (al secolo Saman Keshavarz), di stanza a Los Angeles, torna a Ed Sheeran per il quale aveva diretto Drunk nel 2011. Non a caso, perché Azizam (che in persiano significa «mia amata») è brano che, nascendo dalla collaborazione con Ilya Salmanzadeh, produttore e compositore svedese con radici iraniane, dei suoni e delle melodie della Persia si nutre. Il regista allora immagina Sheeran in sala di registrazione scivolare su un tappeto (persiano) e, in seguito all’impatto, trovarsi al centro di un’allucinazione ambientata in un ricevimento nuziale iraniano. Con il dinamismo tipico delle prime produzioni di Kesh, i punti di vista si ribaltano e la camera si muove frenetica a disegnare un brillante caos da cui l’artista, prima sopraffatto, diventa infine gioiosa parte in causa. Un modo fantasioso per celebrare una cultura con la complicità di comparse mirate: l’attore Omid Djalili, la cantante e attrice Googoosh, oltre al già citato Ilya Salmanzadeh.
Carmen (Joy Crookes)
diretto da Alice Fassi
Alice Fassi è una regista italiana, attiva a livello internazionale, che negli ultimi tre anni ha firmato video musicali (Honey Boy per Purple Disco Machine, prova della sua capacità di giocare con l’eccesso e la maniera), campagne per diversi brand (per tutte la splendida Olympic Games 2024 per Dior) e opere di confine come In Light, lavoro sospeso tra linguaggio documentario e narrazione visiva. Partendo dall’osservazione di un quotidiano a volte anche problematico, la regista lo ridisegna in termini surreali, spingendo la realtà verso l’assurdo e il paradosso e incorniciandola in una curatissima messa in scena di taglio pop. L’anno scorso si è messa in luce con il video Onions dei Cults, omaggio grottesco e divertito all’horror vintage, in cui una placida casalinga si rivela una sadica sanguinaria, mentre mostruose piante carnivore le fanno da improbabile coro (citazione esplicita di La piccola bottega degli orrori). Un mood giocoso che la regista, anche autrice degli script, ribadisce in Carmen di Joy Crookes in cui immagina l’artista britannica pedinare una bellissima influencer, portarne a casa la testa e usarla per farsi aiutare a reinventare la sua immagine. E comprendere, alla fine, di aver smarrito sé stessa per aderire a un ideale di bellezza artificiale. Nel consueto stile lucidissimo che mescola, in questo caso, taglio pubblicitario e codici fashion con elementi quasi fumettistici, Fassi racconta con ironia amara di un senso di inadeguatezza profondamente reale, un disagio autentico solo apparentemente sdrammatizzato dai toni leggeri del racconto.
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CONCETTUALE

Measuring Ruins (Oneohtrix Point Never)
diretto da Yoshi Sodeoka
Per Daniel Lopatin (OPN) Sodeoka è uno dei massimi videoartisti contemporanei e il video sviluppa l’interesse condiviso per ambienti simulati e dissoluzione del naturale: droni meccanici e sciami di insetti si susseguono in una coreografia visiva progressivamente smaterializzata, in simbiosi miracolosa col suono.
No Pole (Don Toliver)
diretto da rubberband.
Nel mix di performance (solo accennata, quasi negata per contrasto), narrazione surreale e concetto, il focus è sull’atmosfera che il duo di registi riesce ancora una volta a creare: montaggio parallelo tra un dentro e un fuori, perturbanti diversi che li animano, ma stessa identica indefinitezza finale nel raccontarli. Ancora una volta ciò che conta per Jason Sondock e Simon Davis è l’immersione nell’esperienza, come dimostrato anche dal portentoso ralenti di Hardstyle 2 per Fred Again…
Pondeggi (Yaeji feat. E Wata)
diretto da Andrew Thomas Huang
Huang gira in Corea un clip in cui l’artista assume le fattezze di un baco da seta (il brano fa riferimento a un tradizionale street food coreano costituito di bachi), in un ciclo di metamorfosi complesso che rischia di essere interrotto da una malvagia strega tecnologica. Più del tentativo di ricostruirne una storia lineare, vale la visione di questa favola allucinatoria che nasce dalla collaborazione del regista cinoamericano con Microsoft. Pondeggi si inserisce, infatti, in Artifacts: New Experiments in Art & AI, un’iniziativa che esplora le possibilità di espandere l’espressione artistica attraverso l’uso di un’intelligenza artificiale che rimanga fondamentalmente guidata dall’immaginazione umana. Sulla pagina YouTube di Microsoft è disponibile un dietro le quinte in cui Huang sottolinea come l’intelligenza artificiale, preservando la profondità emotiva del disegno originale, abbia alimentato in modo felice il mondo fantastico creato per il video.
Lyin (Loyle Carner)
diretto da Ben Coyle-Larner
Da sempre attentissimo alle declinazioni del linguaggio, Carner si autodirige in un bel video in cui – in omaggio a certo Gondry e con alcuni lampi Megaforce – vagabonda in sogno, esplorando simbolicamente l’io bambino nel confronto con l’adulto. Chiude il racconto in loop, lanciando un’ambiguità suggestiva.
If Time Could Talk (Wesley Joseph)
diretto da Wesley Joseph
In un panorama videomusicale in cui dirigere i propri clip è diventata, per l’artista musicale, prassi consolidata – spesso per vanità più che per reale vocazione autoriale – Wesley Joseph continua a distinguersi come brillante eccezione. Formazione da regista, Joseph non solo firma i propri lavori, li immagina come estensione diretta della sua musica, costruendo, con linguaggio coerente e sofisticato, mondi personali già riconoscibili. Tre esempi per tutti: in Ultramarine (2021) colpisce la maturità con la quale fa dialogare fluidamente immagine e suono, senza mai cadere nell’illustrazione o nell’estetismo fine a sé stesso (si riguardi il consapevole lavoro sulle cromie); in Cold Summer (2022) dimostra la sua versatilità misurandosi con un racconto più leggero e con i codici della commedia, senza rinunciare all’eleganza formale che ne contraddistinguerà anche i successivi lavori; in Monsoon (2022), il suo capolavoro, infila una serie di abbaglianti siparietti in una rappresentazione surreale e sospesa, affidandosi alla suggestione visiva e all’enigma più che a una narrazione riconoscibile. Per l’ultimo If Time Could Talk (brano scritto con Nicolas Jaar) il racconto demoniaco sottotraccia tratta di un’attrazione fatale per una donna incontrata in discoteca e lo fa, ancora una volta, con soluzioni originali (l’artista letteralmente attaccato al soffitto). Nell’alternarsi degli spazi performativi, il tema è poi ripreso sottilmente, senza enfasi, solo attraverso dettagli significativi d’ambiente, per poi trovare l’apoteosi nell’ultimo, infuocato set.
Tutti i suoi video qui.
Bollicine (Rose Villain)
diretto da NERVIO
Collettivo multidisciplinare di stanza a Londra, NERVIO nasce dalle menti di Celia Arias e Manuel Mollá, artisti visivi che si dividono tra regia, direzione creativa, post-produzione (tra l’altro un visualiser per l’album Cowboy Carter di Beyoncé). Attivi nei territori della moda, della musica e dell’arte, i due colpiscono per l’audacia estetica e l’uso consapevole e raffinato di tecniche miste, piegate alla costruzione di universi visivi di forte impatto. La loro idea artistica trova una significativa sintesi nell’eponimo NERVIO (2024) – sorta di film-manifesto, distillato di un immaginario, favola ipertecnologica – che racconta la nascita del loro mondo creativo come parte di una mitologia contemporanea: questa messa in scena della trasformazione mistica e sensoriale da cui tutto il loro lavoro prende origine, è considerata da Arias e Mollá il punto di partenza narrativo da cui promanerebbe ogni altra creazione del collettivo. Compreso, dunque, questo video di Rose Villain, artista che si smarca dalla produzione nostrana per abbracciare la contaminazione di prassi digitale ed estetica lo-fi del duo. Bollicine è girato con camera VHS e vede Villain cantare il suo pezzo in una Milano spettrale e distopica, a bordo di un’auto d’antan, ed essere progressivamente intrappolata dall’interminabile cavo del microfono. L’esplosione finale riporta all’idea di transito e trasformazione propria dei registi, con un atto di simbolica dissoluzione ed enigmatica rinascita in una sorta di universo narrativo-cinematografico parallelo.
NAVRÉ (La Fève)
diretto da Services Généraux
Fondato dal duo Antoine & Valentin, Services Généraux è uno studio parigino che realizza narrazioni visive d’impatto per i settori moda, arte e pubblicità (Louis Vuitton, Nike), trasformando concetti complessi in campagne multidisciplinari, partendo da un approccio controcorrente che punta sull’anonimato e sulla “morte dell’autore” di barthesiana memoria. Questo videoclip, vincitore del Production Company of the Year Award ai Berlin MVA 2025, è la prova della raffinata perizia tecnica del duo, per quanto intrappolato nell’estetica che si è imposto, tra elementi medievali e suggestioni avanguardistiche: così il metallo delle armature si intreccia alla haute couture e scenari naturali si fondono con paesaggi digitali e ambientazioni virtuali. Un mix che Woodkid ha inventato già una dozzina di anni fa e che realizzava con un’inventiva dieci volte superiore.
Hoes Of Na (Bonnie Banane)
diretto da Alma De Ricou & Manon Engel
Ironico spaccato sulla cultura del benessere in cui una lezione di yoga si trasforma in un rituale inquietante in cui il corpo, anziché essere celebrato, viene deformato e piegato, diventando simbolo di una disciplina estrema che annulla l’individualità in nome della performance. La cura registica – tra estetica fashion e body horror – crea un bel contrasto e pare sottolineare come nel linguaggio visivo contemporaneo anche l’ossessione più insana possa essere resa seducente.
160BPM (Myss Keta)
diretto da Simone Bozzelli
Simone Bozzelli dialoga occasionalmente col videoclip, secondo uno sguardo e una poetica riconoscibili che ne marchiano, con approcci differenti, le logiche. Se in Hit di Santa Manu si rifà a un’estetica che richiama l’onirismo della scena francese più camp (Bertrand Mandico, Yann Gonzalez), incollando a una teca televisiva una sacra famiglia in salsa dreamy, con I Wanna Be Your Slave dei Måneskin parte dal testo per mettere in scena il quartetto in un teatro mentale (il suo, ça va sans dire) che declina il sadomaso in play party, annullando nel divertimento ogni possibile cupezza a cui quell’immaginario sembra fare automatico riferimento. Vitamina Life di Tripolare e Get Up Bitch! di Victoria e Anitta ribadiscono la centralità dei corpi, la fluidità come modo d’essere, il desiderio come ossessione scopica secondo registri diversi, psichedelico il primo, volgarmente pop il secondo. Nell’incontro con Myss Keta il regista gioca per contrasto e mette in scena in una casa di riposo una performance dell’artista. La ritmica hardcore di 160BPM, l’incongrua presenza dell’artista al centro di quello che si preparava a essere un innocuo spettacolo di intrattenimento, innesca nell’attempato pubblico una sorta di trance estatica. Il video si fa allora galleria di volti, espressioni e visioni retroattive che, in un turbine allucinatorio, viaggiano sul presupposto implicito di un’inquietante narrazione collettiva.
Fantasy vs. Fantasy (Ok Go)
diretto da Posterlad
Tratto dalla serie di lyric video che gli Ok Go hanno affidato a registi e animatori tutti diversi per il lancio di And the Adjacent Possible, il loro ultimo album, Fantasy vs. Fantasy è anche l’occasione per ricordare che la band quest’anno è tornata a far parlare di sé con due promo dei suoi. Divenuti simbolo del video dell’era di YouTube con Here It Goes Again (2006) – danza funambolica su tapis-roulant e virale a costo zero che fu premiato ovunque -, nel corso di un ventennio gli Ok Go hanno alzato la posta (e i budget) a forza di piani sequenza spericolati, macchine Rude Golberg, performance di 24 ore in time lapse, imprese tecniche e acrobatiche sempre più ardite che hanno fatto la gioia della rete. Così, se a gennaio esce A Stone Only Rolls Downhill, diretto da Damian Kulash & Chris Buongiorno – video puzzle realizzato accostando le immagini rimandate da 64 IPhone -, di aprile è Love, diretto da Damian Kulash, Aaron Duffy, Miguel Espada, ennesimo sbalorditivo pianosequenza con la band e decine di robot che danzano con gli specchi. Che dire? Sono gli ennesimi video exploit, come li definii all’epoca, segmenti di un progetto (la cui anima è Damian Kulash, leader del gruppo) in cui la musica scade a pretesto, in cui immagine e suono sono dimensioni distanti, che non si compenetrano e non dialogano se non per un automatismo inevitabile. No, non amo i clip degli Ok Go, non amo il puro virtuosismo che confonde l’arte con l’abilità. Per questo segnalo più volentieri i loro lyric video, davvero deliziosi.
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COREOGRAFICO

HARD (FKA twigs)
diretto da Jordan Hemingway
coreografia di James Vu Anh Pham
Who’s Making You Feel It (Cian Ducrot)
diretto da Jasmine De Silva
coreografia di Olivia Lookwood
Lonyo (Bakar)
diretto da Tom Emmerson
coreografia di Joe Adams
Perreo En Berlin (Cacique)
diretto da Anderson Campos
coreografia di Linda Kikaj e Domenik Rustemi
Romeo (PinkPantheress)
direetto da Iris Luz
coreografia di Simon Donnellon
Porcelain (Losing All My Patience) (Somebody’s Child)
diretto da Adrian Lee, Cian Godfrey
coreografia di Becky Namgauds
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ANIMAZIONE

Wheeze (Mould)
diretto da Martyn Thomas
Trinkets (Ashnikko)
diretto da Léa Esmaili
Burn (Izzy Spears feat. Leya)
diretto da Ataka51
It’s Hip To Be Dumb (Multiscreen)
diretto da Sergi Fiddes
Red Terror (The Weeknd)
diretto da Eddie Alcazar
Soft Gradient Beckons (Rival Consoles)
diretto da Anthony Dickenson
Shame, Shame, Shame (The Rolling Stones)
diretto da Camille Boumans
Masoko Na Mabele (Theodora ft THISIZLONDON)
diretto da Léa Esmaili
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LONG, CICLI, FILM

A FILM FOR THE FUTURE (Coldplay)
diretto da AAVV
La band inglese continua a scrivere la storia del mezzo: un mix di stili e tecniche di animazione, una montagna di collaborazioni. E niente che sia scontato, facile, automatico. Si avverte l’esigenza di un riconoscimento ufficiale alla strenua ricerca che il gruppo ha sempre promosso nel campo.
Separated At Birth (STILLZ, Yuki Chiba)
diretto da STILLZ
Sito ufficiale
Songs From A Nervous Planet (Tears For Fears)
diretti da Maschima
The Times – Corner Pocket (Fly Anakin)
diretto da Phillip Youmans
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