Video

VIDEO DELL’ANNO 2025 – TOP 20

#20
Blue Left Hand (Oracle Sisters)
diretto da Jim Longden

Di nuovo Longden + Oracle Sisters, dopo Alouette, il video con Charlie Rowe segnalato l’anno scorso. Pochi elementi, e semplici, in un set cinematografico che si organizza per evocazioni (il testo alla base: Calibano e la strega di Silvia Federici), dentro e fuori la rappresentazione e ai confini della performance: ma è la texture vintage (pellicola), la mistura degli elementi e l’armonia che l’accompagna (montaggio cruciale) a farci innamorare.
A seguire Marseille che rivede regista e band insieme per una nuova stramberia ancora, orgogliosamente, in pellicola.

#19
Relationships (HAIM)
diretto da Camille Summers Valli

Per il ritorno discografico delle Haim, la regista concepisce la storia della relazione amorosa tra Danielle Haim e il suo uomo (l’attore Drew Starkey) come un ricordo congelato nel tempo di cui si enfatizzano dettagli e momenti significativi. Relationships – giocando sul passato inteso come tempo in reverse – conferma dunque, la poetica di destrutturazione del racconto propria anche dei precedenti video di Camille Summers-Valli: facendo del bilancio di un legame al capolinea una sequela di lampi nella memoria della protagonista, il video si presenta come un ciclo ipnotico ed ossessivo di immagini ricorrenti in cui si dipana sottile, ma ben percepibile, il filo di un erotismo che non si è mai spento.
Variante più leggera questo All Over Me diretto da Ferina.

#18
Manchild (Sabrina Carpenter)
diretto da Vania Heymann & Gal Muggia

Un’altra bella prova di fantasia da Heymann & Muggia che immaginano il vagabondare on the road di Carpenter come parata di vignette piene di bizzarre insensatezze (il sottotesto potrebbe essere onirico). Il mood è quello solito del duo, tra paradosso e rilettura deviata di canoni vari, il risultato è di alto livello e tra i migliori dei registi per la leggerezza con la quale l’assurdo impregna di sé le situazioni – senza sottolineature -, la compenetrazione della star e la varietà delle soluzioni, in perfetto equilibrio con l’atmosfera creata dal brano musicale.
Sabrina Carpenter tiene poi alta la bandiera del video pop sfrenato, intelligente, citazionista senza spocchia (neanche dissimulata) con Tears diretto da Bardia Zeinali col quale conferma di avere presenza, appeal, talento di commediante. Di essere una videostar che può fare la differenza, insomma.

#17
Disappear (Don Broco)
diretto da Harry Lindley

Come usare gondryanamente la soluzione tecnica (la scomposizione dello schermo, il conseguente moltiplicarsi delle prospettive, il ricomporsi dei quadri – con prevalenti effetti “in camera” -) non solo per movimentare la performance, ma anche per creare una parallela, frammentata narrazione che testimoni di un momento, una tappa temporale che esplode in più direzioni. Tensione, idee e una location unica movimentata da giochi di luce, esaltati dalla scelta della fotografia monocromatica. 

#16
Younger and Hotter Than Me (Selena Gomez, Benny Blanco)
diretto da Jake Schreier

L’ultimo disco di Selena Gomez si muove in parallelo a una campagna video che fa risuonare in modi diversi i motivi autobiografici di cui le canzoni sono impregnate, una caratteristica amplificata anche dalla condivisione dei crediti col collaboratore e compagno di vita Benny Blanco. Se Call Me When You Break Up vede Gomez e Gracie Adams duettare al cellulare, in stile selfie e con schermo verticale, come fosse un momento di svago ripreso dal vero (dirige proprio Benny Blanco), e in Sunset Blvd Petra Collins reimmagina lo status divistico dell’artista in un clip nostalgico, la cui estetica ottantesca cita esplicitamente Un sogno lungo un giorno di Coppola, è Younger and Hotter Than Me ad alzare la posta. Lo splendido video di Jake Schreier, mette in scena, in un palese set hollywoodiano, momenti di quotidianità che si specchiano nella storia di Selena quale ex star Disney, raccontando il difficile equilibrio tra esposizione pubblica, elevazione a mito pop e identità autentica. Un lavoro che va letto in parallelo con quello che oggi appare come il suo gemello (anche per il tono struggente dei brani), quel Lonely (2020) in cui Justin Bieber  – anch’egli diretto da Schreier e in collaborazione con Blanco – riprocessava dolentemente il suo passato di enfant prodige. Un tono malinconico che è riscattato dal successivo Talk in cui Tony Yacenda racconta una giornata speciale tra Gomez e Blanco, culminata in un ballo di fine anno a sorpresa: una docufiction intima e sognante che restituisce con delicatezza e ironia la complicità della coppia.

#15
FUFN (Jade)
diretto da Lucrecia Taormina

Jade fa video freudiani in cui la sua condizione di artista di successo viene radiografata, evidenziandone, theweekndianamente, il lato oscuro. Ancora un clip sull’impatto che la fama ha nel vissuto della star, ancora un saggio stratificato di (auto)riflessiva e intelligente spettacolarità.

#14
Fame Is A Gun (Addison Rae)
diretto da Sean Price Williams

Sean Price Williams – dop e regista di video musicali, al debutto nel lungometraggio con The Sweet East, visto alla Quinzaine 2024 – qui alla perfetta sintesi di una maniera che oscilla tra la rozza amatorialità del filmino e la disinvolta crasi di linguaggi, con teatralismi svergognati, esplorazione e profanazione di cliché, lisergie, onirismi e bizzarie sfrontate a tutto pop. 

#13
La mia parola (Shablo, Guè, Joshua)
diretto da Enea Colombi


Enea Colombi è un videomaker di caratura internazionale per la maestria formale, certo, ma anche per come sa ottimizzare i mezzi: non è solo questione di elegante bianco e nero, qui c’è una precisione esecutiva, un’invenzione figurativa e una padronanza dei tempi scenici che in Italia ha pochi confronti.
Dal regista anche Solo 2 (Ceri Wax), un piccolo film, racconto metaforico in ottica vintage che conferma Colombi anche originale narratore per immagini.

#12
Anxiety (Doechii)
diretto da James Mackel

Come combinare l’esibizione alla narrazione action, con contorni coreografici e, in controluce, una sottile autoreferenzialità (i precedenti in video dell’artista). Succede di tutto nella casa di Doechii e a tutto la star è costretta; poi ci si sposta fuori per una coda di danza di gruppo. Un video che continua a inventarsi cose  e che, come in un campionamento visivo che segnali il campionamento musicale, cita il celeberrimo video di Natasha Pincus della canzone del sample.
Di Menckel (e Carlos Acosta) anche il precedente Denial Is a River che guarda con intelligenza a riconoscibili sitcom del secolo scorso.
Grammy al miglior video.


#11
Psycho Killer (Talking Heads)
diretto da Mike Mills

Alla luce della ritrovata intesa tra i componenti della band scioltasi ufficialmente nel 1991 – culminata nella celebrazione pubblica del quarantennale del film-concerto Stop Making Sense di Jonathan Demme -, i Talking Heads hanno pubblicato una super deluxe edition del loro primo album 77, accompagnata da quello che, a tutti gli effetti, è il primo video ufficiale del loro classico Psycho Killer. A dirigere le operazioni è il maestro Mike Mills. Da sempre incline a un videoclip ibrido, nelle forme e nei linguaggi, il regista evita l’illustrazione didascalica del testo di un pezzo così potentemente evocativo, e muovendosi su un terreno allusivo, segue la quotidianità di una giovane (Saoirse Ronan, straordinaria) intrappolata in una routine sempre più soffocante e meccanica. Il colpo di genio di Mills sta nel dare forma visiva a ciò che, nel racconto, resta puramente mentale: le azioni, gli sguardi, la gestualità della protagonista non restituiscono le situazioni oggettive, ma testimoniano del paesaggio interiore della donna, del suo intimo modo di reagire a esse. L’autore mette così in scena l’ansia, il turbamento, la dissociazione che la protagonista sta vivendo, facendo del video un’incisiva e disperante esplorazione psicologica in armonico ed emotivo dialogo col brano musicale. 

#10
Pinch (Sandy Crow)
diretto da Benjamin Darville

Narrazione densa e visivamente affascinante (c’è del citazionismo pittorico) nella quale Darville mette in scena una potente metafora del farsi personaggio. La fredda dissezione clinica iniziale è un rituale di trasfigurazione teatrale in cui il corpo-fantoccio al centro della scena si rivela la materia informe dell’attore che, attraverso il sacrificio di sé, accoglie l’anima del ruolo fino a fargli prendere vita. In questa dimensione simbolica l’ambiente della sala operatoria diventa il palcoscenico dove avviene il miracolo della finzione e l’operazione chirurgica rappresenta l’atto viscerale e quasi violento con cui un artista smette di essere se stesso per farsi maschera e personaggio.
O almeno io l’ho vista così.

#9
To Be Free (Sam Smith)
diretto da (LA)HORDE

Il collettivo di Marine Brutti, Jonathan Debrouwer e Arthur Hare è la realtà coreografica più rilevante dell’ultimo decennio, consacrata di recente da un tour americano annunciato come una rivoluzione dal New York Times. In Europa lo sappiamo da tempo quanto grandi siano e chi ha visto la loro compagnia esibirsi dal vivo capisce al volo perché Madonna (che in quanto ad accaparrarsi il meglio della nuova danza non ha eguali) li ha voluti per il suo ultimissimo show. Nel videoclip bazzicano da anni e con Sam Smith avevano già collaborato, ma stavolta non si limitano alla coreografia, assumendo la regia e puntando su atmosfere più rarefatte rispetto al consueto impatto hardcore. Il video esplora dunque una dimensione più eterea, dove il corpo abita lo spazio privilegiando l’emozione e la fluidità rispetto alla pura performance tecnica. Video bellissimo, la classe non è acqua.

#8
Bloom Baby Bloom (Wolf Alice)
diretto da Colin Solal Cardo


È il grande Ryan Heffington a firmare la coreografia che, in dichiarato omaggio a Bob Fosse e a All That Jazz, inscrive la performance dei Wolf Alice su un palcoscenico in cui un corpo di ballo prova il suo numero. Una meraviglia.
Stessa squadra (Cardo – Heffington) per la danza a due di Just Two Girls, sdoppiamento immaginato e danzato nei saloni di un grande albergo: un bel crescendo.
Wolf Alice sempre sul pezzo, anche con The Sofa diretto da Fiona Jane Burgess in cui il divano del titolo diventa punto di vista privilegiato per esplorare (idealmente?) l’esterno: si immagina la strada, il proprio quartiere, e se ne si restituisce un’immagine vera e fantasticata a un tempo. Leggera, semplice poesia del quotidiano, in pianosequenza.

#7
On With The Show (Celeste)
diretto da Rodrigo Inada


Di Rodrigo Inada si ricorda, nel 2021, Put It On Your Face!! (Isamaya Ffrench e Danny Harle), una produzione Prettybird per Vogue Italy, fantasia sfrenata e saggio di superba art direction che, tra videoclip e fashion movie (il brand era Byredo), mischiava mystery, glamour, cinecitazionismo. Nello stesso periodo con Nono Ayuso, il regista nippo-brasiliano dava vita al duo creativo Nono+Rodrigo, firmando commercial per grandi marchi internazionali e diventando una delle griffe più segnalate della stagione videomusicale (per tutti Cuenta Lo per Biig Piig, tour de force stilistico in cui si inseriscono performance e coreografia a rendere la febbre del gioco come un’allucinazione). La consacrazione del collettivo è dell’anno scorso con Mangata e Inri per Judeline (orrore e onirismo in sontuosa messa in scena) e soprattutto con Silverlines per Damiano David, set di grande fascino visivo, in cui il debutto da solista dell’artista è rappresentato su un piano immaginativo, come sequenza di quadri simbolici, sospesi tra sogno e realtà. Tornato in solitaria per questo On With The Show di Celeste, Inada sembra ripartire proprio dalle suggestioni del video per David, immaginando l’artista britannica come star danzante di un cabaret decadente: la sua esibizione è un nuovo viaggio allucinato, l’occasione per la protagonista per un problematico confronto con la propria maschera, l’immagine di sé consegnata al pubblico. E anche stavolta a colpire sono la qualità delle soluzioni sceniche e l’aderenza della scrittura per immagini all’atmosfera musicale.
Ritroviamo Inada tra i registi dell’anno anche per questo elegante e fascinoso Fish Love per Jolin’.

#6
Where Is My Husband! (Raye)
diretto da The Reids

Fedele al discorso autorappresentativo, Raye mescola ancora esibizione e racconto di sé: qui in chiave ironica e quasi action (il montaggio frenetico), tra colore e monocromia, una ventata di brio come nello spirito del collettivo registico. Gioiello.
Da William & Ed Reid anche questo.


#5
Big Sleep (The Weeknd)
diretto da Gaspar Noé


Inevitabile tornare su The Weeknd e sulla più rilevante videografia contemporanea, qui a un capitolo diretto da Gaspar Noé, da sempre attivo nel linguaggio. Big Sleep è difficile e respingente, un’aggressione sensoriale e spacca-pupille in cui il regista bombarda lo spettatore di luci strobo, rendendo perversamente (e metalinguisticamente) disturbante la stessa scritta che avvisa i fotosensibili (I said, ooh, I’m blinded by the lights). L’autonarrazione del canadese si rinnova in una città deserta, teatro dell’agonia di un vecchio – il Sé tossico del Nostro, aggrappato alla fama e all’edonismo –  che si spegne nel rimpianto di un’esistenza bruciata («hai usato la tua vita presa in prestito/ e hai sprecato il tuo tempo preso in prestito»). In cielo fluttuano, come in un incubo metafisico, le teste giganti dell’artista e di Giorgio Moroder (che coproduce), divinità imperturbabili, totem irraggiungibili. È l’epitaffio della sua persona pubblica prima di diventare, à la Prince, “L’artista un tempo noto come The Weeknd”, una postilla al bellissimo (e ignorato) film di Trey Edward Shults che porta il titolo dell’album  – Harry Up Tomorrow – di cui Big Sleep è l’ultimo estratto. È la rappresentazione radicale di un’apocalisse dell’Ego che conferma il discorso video di uno dei musicisti più venduti degli ultimi anni come coraggioso, esteticamente eccentrico, di concezione intransigente fino al suicidale (ci sta).

#4
DUMBO (Travis Scott)
diretto da Gabriel Moses


Quella tra Travis Scott e la videomusica è l’ennesima dimostrazione del totale controllo artistico che l’americano vanta negli ambiti in cui impegna la sua creatività. Per JackBoys 2 – secondo capitolo discografico dell’omonimo progetto collettivo inaugurato nel 2019 -, a pochi giorni da 2000 Excursion, a firma Cactus Jack (l’etichetta che ha fondato, qui probabile pseudonimo), Scott pubblica questo Dumbo, diretto dal fotografo e regista Gabriel Moses. Il britannico gira un video rarefatto e sospeso – punteggiato di simboli e contrasti – in cui Scott abita lo spazio come un’entità liminale, un’apparizione che fluttua tra la sacralità di un rito e la vulnerabilità di un corpo mortale. La narrazione, volutamente astratta, procede per frammenti e suggestioni mistiche, confermando una poetica visiva personalissima e già riconoscibile.

#3
Swing For The Fences (Elton John & Brandi Carlile)
diretto da Xavier Dolan

Il regista canadese inscena la danza solitaria di un ragazzo come graduale sconquasso dell’appartamento di famiglia, un moto di gioiosa ribellione che sa di liberazione e affermazione di sé: un’esplosione emotiva che culmina nel congiungimento al corpo di un giovane che sopraggiunge (un appuntamento al buio? Una fantasia masturbatoria?). Dolan in purezza: la semplicità del concetto, la coreografia di Damien Jalet, l’aderenza miracolosa al brano (meraviglioso, sia detto), la delicatezza e l’efficacia delle soluzioni sceniche contribuiscono al portentoso risultato. Un inno alla libertà, dichiaratamente militante. E, rarità, un video contemporaneo che riesce a essere senza tempo.

#2
Berghain (Rosalía feat. Björk, Yves Tumor)
diretto da Nicolás Méndez

Per Rosalía, artista formatasi musicalmente a Barcellona e che il collettivo CANADA ha seguito e supportato fin dai suoi esordi, Nicolás Méndez lascia un segno profondo nella stagione, elevando l’ordinario a simbolico: c’è un cuore infranto da guarire e tanto il dato clinico (l’elettrocardiogramma a cui la protagonista si sottopone) può essere metafora di un malessere sentimentale (il ciondolo ammaccato a forma di cuore lo suggerisce), tanto può rappresentare il letterale stato (terminale) della donna; nel primo caso il finale (Rosalía come colomba) suggerisce una elaborazione positiva del mal d’amore, nel secondo una sorta di morte con rinascita o trasfigurazione. Una cosa è certa: il caos regna (si cita il Biancaneve disneyano, certo, ma anche Antichrist di Lars von Trier). Orchestrando i gesti quotidiani come tormentati dal (melo)dramma e inscritti in un’architettura visiva di tono onirico e teatrale, il video enfatizza la recita, amplifica la tensione emotiva, sposa l’anima operistica del brano.
Da Rosalía anche La Perla con il quale torna a un collaboratore abituale, il colombiano Stillz. Il regista – tra l’altro a Venezia col bellissimo Barrio Triste – si concentra sulla star che incarna quattro personaggi in ambientazioni evocative.

#1
Yukon (Justin Bieber)
diretto da Cole Bennett


Justin e Hailey Bieber in vacanza col loro bebè, su uno yacht a Maiorca e in Sardegna; con loro il regista Cole Bennett, senza una troupe, armato solo della sua Sony FX3. Immagini che veicolano lo spirito di un disco bello e sincero in cui l’artista affronta, come mai prima, le sue fragilità emotive, le conseguenze di una costante visibilità, il nuovo ruolo di padre, l’intesa con una donna non meno esposta mediaticamente. Un viaggio intimo di ricerca personale – intervallato da sessioni terapeutiche con il comico Druski – che Bieber offre al pubblico in un periodo ancora una volta turbolento: voci incontrollate di tossicodipendenze, crac finanziari, crisi coniugali si aggiungono alla liquidazione milionaria del manager e a polemiche con paparazzi sempre più insistenti («Vuoi solo soldi, non t’importa degli esseri umani» grida a uno di loro). Yukon è la serena, poetica risposta a tanto clamore: una raccolta di istantanee in movimento, di story che raccontano momenti privati, che sembrano uscire da un Instagram qualsiasi. Ma si va oltre: Bennett mette in fila una serie di dettagli visivamente preziosi, in un suggestivo bianco e nero, e li riversa in pellicola, montandoli con un’aderenza al tessuto musicale che ha del portentoso. Nell’eco significativa delle liriche, nella grazia ricercata – eppure mai effettata – dei quadri, nella delicatezza del tocco registico risiede un’armonia che ci ipnotizza. È una piccola grande magia, di semplicità rara, lontana anni luce dai clip di tendenza.
Il miracolo della videomusica si compie quando una canzone centrale nell’immaginario di un’annata incontra una forma visiva capace di veicolarne e amplificarne senso e risonanza: Yukon, con una semplicità “sapiente”, sa tradurre l’intimità delle parole, l’eco della narrazione pubblica, il timbro emotivo della musica.
Video dell’anno, dunque, per capacità di sintesi, chiarezza formale, potenza espressiva.


Ultima ora: il clip ha trovato il suo prolungamento naturale nella straordinaria performance del brano ai Grammy, ritorno live su un palcoscenico globale dopo anni. Stesso impianto concettuale: riportare l’essenzialità dell’album, la sua carica più intima, dentro un’esibizione che sembra sottratta allo spettacolo e restituita alla vita privata dell’artista. Bieber è in boxer e calzini, si accompagna con la chitarra e un campionatore. Intorno il buio, solo una luce dall’alto. A lato, uno specchio verticale. Nient’altro. Non una messa in scena, ma un’esposizione: come se fossimo nella sua camera da letto, ammessi per un istante a spiare una prova e, insieme, una confessione.

REGISTA
Gabriel Moses

Come si diceva in alto, il fotografo e regista britannico – che a soli 26 anni è già venerato come un nuovo maestro (la personale londinese Selah) – gira video rarefatti e sospesi in cui impone un’estetica riconoscibile, definita, di grande forza visiva, tanto netta nel suo impatto grafico, quanto disturbante nella sua indeterminatezza, uno stile visivo che si riconosce per l’uso evocativo del colore, l’intensità emotiva dell’atmosfera, per il modo in cui dà spazio a corpi e identità spesso trascurati dall’immaginario dominante, ispirandosi alle sue radici nigeriane e puntando alla rappresentazione della pluralità dell’esperienza nera.
Per Travis Scott quest’anno (dopo il mirabolante FE!N dell’anno scorso) Moses gira, oltre a Dumbo, anche 4×4, lavoro coerente con la sua poetica. E che dimostra che non conta come verrà interpretato da una grande griffe, il mondo di Travis Scott resta comunque lì, inalterato, riconoscibile, definito, personale, dimostrazione della lucidità con la quale l’artista sa mettersi in scena occasione dopo occasione, video dopo video e di come il regista sappia mantenere intatti i termini del suo mondo, nel rispetto di quello dell’artista.
Altro lavoro notevolissimo dell’annata Chains & Whips (Clipse feat. Kendrick Lamar), miglior regia agli UKMVA.

Di Rodrigo Inada, altro regista dell’anno, dico più in alto.

Rivelazione
Jake Erland

Mathematics (Joy Crookes feat. Kano) è la storia di una famiglia in divenire, nello stesso ambiente come in Here, quindi passando dalla matrice Rybczyński. Dell’accoppiata artista-regista anche il duello in stile Kill Bill I Know You’d Kill. Da Erland anche Nice To Each Other per Oliva Dean che colpisce per la fluidità e l’eleganza con la quale rende l’idea di una performance teatrale con scenografie in divenire (Gondry l’avrebbe fatta in pianosequenza, vabbè…) e So Easy, ancora per Dean, rilettura alla sua maniera del musical hollywoodiano dell’epoca d’oro.

COMMISSIONING ARTIST
Jade

TITOLI DI CODA

It’s A Mirror
No Front Teeth
(Perfume Genius)
diretti da Cody Critcheloe
Mike Hadreas torna a Cody Critcheloe (il superbo video di Queen) per due fantasie oniriche che mescolano traumi infantili, suggestioni da road movie, surrealtà quasi lynchiane per raccontare, con visioni potenti e situazioni concettualmente spiazzanti, la voglia di avventurarsi fuori di sé.

Crush (AJ Tracey feat. Jorja Smith)
Friday Prayer (AJ Tracey feat. Headie One & Aitch)
West Life (AJ Tracey)
3rd Time Lucky (Aj Tracey)
LateMilk al sodalizio con AJ Tracey, dimostrazione che l’Italia del videoclip, con mezzi e artisti che glielo consentono, compete ad armi pari con i colleghi internazionali.
L’ultimo è un’animazione co-diretta da Imbro.

Luther (Kendrick Lamar & SZA)
diretto da Karena Evans
Ritorno al videoclip per Evans (da ultimo la serie Mr & Mrs Smith) con un lavoro elegantissimo, giocato su plurimi registri visivi e sull’uso poetico e funzionale del contesto architettonico, con gli artisti in tensione romantica, ma quasi mai nella stessa inquadratura.

I Did Not Forget You (KOMPROMAT)
diretto da Léa Mysius
Corsa tra i ricordi che non passano mai: bella realizzazione, ipnotica, reale/irreale, con figure seriali e ripetitive che dicono di un’ossessione interiore.

Back To Friends (Sombr)
diretto da Gus Black
Non so quanto intenzionale, ma lo vedo come una citazione/variazione del contesto e delle riprese in hard lightning di Criminal di Fiona Apple diretto da Mark Romanek.

Shoot (Yamê)
diretto da King She
Forse eccessivo e alla fine un po’ vuoto, ma la pervicacia con la quale si punta al puro stordimento visivo e al kitsch citazionistico (Escher) mi sembrano degni di nota.

Heat (Rita Ora)
diretto da Justin Daashuur Hopkins

Tra estetica pubblicitaria e fotografia d’autore (Martin Parr a palla, RIP) un video per l’estate non qualunque.

So Be It (Clipse)
diretto da Hannan Hussain
Per il progetto di Pusha T e Malice, Hussain gira in 35mm, in rigoroso bianco e nero, una sequela di quadri in movimento. Elegante estetica chiaroscurale, narrazione e concetto in filigrana (l’idea dell’ereditarietà – la villa è quella di Succession -). Wow.

Specter (Bad Omens)
diretto da Noah Sebastian & Nico Poalillo
Come inserire una performance in un film horror. Indiscutibilmente ben fatto, ma rimane l’impressione che manchi l’equilibrio tra una narrazione molto dilatata e l’esibizione, che l’una ingombri il campo dell’altra e viceversa.

The Fate of Ophelia (Taylor Swift)
diretto da Taylor Swift
Taylor Swift come Ofelia — il dipinto —, per passare da quella cornice pittorica a una sequenza di altri quadri (coreografici). Un’operazione intelligente come sempre: sottile autorappresentazione – costellata di riferimenti criptici e non – che si muove con leggerezza dentro una forma gioiosamente pop. Il tutto sorretto da un impianto visivo sontuoso, affidato alla fotografia di Rodrigo Prieto, ormai fido braccio destro.

Harriet (Chloe Slater)
diretto da Bonnie MacRae
No, non vi sbagliate, è una rivisitazione ironica di Normal People.

A Little More (Ed Sheeran)
diretto da Emil Nava
Dopo 14 anni continua la ginger saga con Rupert Grint.

Dancing In The Middle (Adam Buxton)
diretto da Cyriak
Torna Cyriak con una proposta narrativa molto ironica che accenna persino alla coreografia. Una sorta di versione leggera delle sue consuete, rivoluzionarie, autarchiche manipolazioni digitali.

Desire (Fontaines D.C.)
diretto da Aube Perrie

Postilla non necessaria al capolavoro Starburster, video dell’anno 2025: il personaggio-concetto del video precedente penetra nella realtà del gruppo, in una dimensione ibrida che, nello scandagliare (grattare?) il fondo teorico del progetto tende alla docufiction.
Tanto cervello, poca ciccia.

Electronic Talk (Prince 85)
diretto da Holy Magury

Esercizio muscolare di atmosfera malsana futuribile, un po’ debitore di Dune (quello lynchiano), ma solido e disturbante fino alla fine. Tanto VFX, ma tutto motivato.

First Original Thought (Alessi Rose)
diretto da Ben Cole

Quando l’idea vince: accostamenti stranianti e mise-en-scène provocatoria (l’ambientazione, l’ironia, la coreografia).

Superstar (Artemas)
diretto da AboveGround

Pezzo-ossessione, narrazione cupa, estetica livida: Artemas e una ballerina in relazione tossica, tra desiderio e controllo. AboveGround mescola registri (l’iperreale ammicca al visionario).

Man With A Second Face (Kettama)
diretto da Tom Clover

Delirio surreale e disturbante: protagonista un uomo in crisi, perseguitato da una misteriosa busta di plastica, causa di eventi sempre più inquietanti. Tra tensione crescente, umorismo nero e disgusto fisico, il regista porta all’estremo il senso del brano nell’apoteosi orrorifica finale.

Modern Times (Mika)
diretto da Rupert Höller

Un po’ di soldi spesi, concezione robusta, quadri eleganti, vecchia, solida maniera. Ma è un rimaneggiamento del bellissimo precedente di Höller per Foster The People.
Di Mika anche Immortal Love (dirige Nick Bartleet), ma ci risiamo: ottima realizzazione, concept vecchissimo.

Prima parte – Tutte le categorie

 

Spietati - Recensioni e Novità sui Film