TRAMA
La moglie di un poeta in crisi creativa e soggetto ad attacchi d’ira lo costringe ad andare da uno psichiatra.
RECENSIONI
Fra il genio e la mostruosità esiste una linea sottile: il poeta bastardo e stizzoso di Sean Connery nasconde lo splendore della verità, dell'anticonformismo, della vita dedicata all'arte, della ribellione giovanile, dell'amore libero, della sana follia che si oppone all'omologazione e ai ruoli sociali prestabiliti. Valori che andavano forte negli anni sessanta e di cui Irvin Kershner si faceva portavoce, soprattutto attraverso peculiari figure maschili (qui, però, ci sono forti dosi di misoginia). Questa bellezza con la maschera da orco seduce le donne, attratte da una qualità più eterna del loro apparire, e rende invidiosi gli altri uomini, che vorrebbero arginarla, lobotomizzarla. La società non ama gli eccentrici, li bracca, li giustizia. I veri mostri sono gli scienziati che vivisezionano una creatività di cui altri (la moglie, le amanti) intuiscono solo la rarità, senza comprenderla fino in fondo, scambiandola per una malattia o magari per sesso: lo stesso protagonista sostituisce l'arte con i congressi carnali, mentre distrugge per creare, sputa in faccia alle persone il proprio disprezzo, alla ricerca di un'ispirazione tanto eccezionale quanto la schiettezza. Tratta dal romanzo di Elliott Baker (anche sceneggiatore), è una commedia drammatica che induce a riflettere mentre fa ridere (la scena al club delle "amanti" delle sette arti), che spiazza nel momento in cui porta a temere "per" e ad amare "un" personaggio poco amabile ma simbolo di un'idea, di una protesta, della libertà assoluta dell'artista.

