TRAMA
Ingaggiato dalla perfida segretaria/amante di un editore per ritrovare la moglie di quest’ultimo, l’investigatore privato Philip Marlowe ha a che fare con il corpo nel lago di una donna assassinata, un poliziotto corrotto, un latin lover manesco e l’ostile capo della polizia.
RECENSIONI
Nonostante possa vantare l’idea geniale di filmare (quasi: le scene allo specchio) tutto in soggettiva del protagonista, è un’opera poco amata sia dai cinefili sia dai teorici/storici del cinema, un po’ perché il suo autore era “solo” l’esordiente attore Robert Montgomery, un po’ perché, una volta digerito l’espediente tecnico-espressivo, resta la messinscena dell’intrigo e il regista, per mettere più in risalto il suo stilema rivoluzionario (nato dall’idea di replicare l’Io narrante della pagina scritta), si chiude troppo in interni e su dialoghi senza campo controcampo (ma il bellissimo romanzo di Raymond Chandler del 1943 viaggia benissimo da solo). Montgomery è anche l’attore protagonista e il narratore: allora, mai come in quest’opera, il ruolo contemporaneo di regista/attore è stato più letterale e sovrapponibile. Audrey Totter è come il film, vezzosa nei primi piani con smorfie e occhi sgranati e/ma efficace e intrigante come carattere e prova artistica. Su Montgomery snobbato come “solo” attore prestato alla regia: non ha un talento figurativo particolare ma anche in futuro s’interesserà all’esplorazione del mezzo, ad esempio come primo consulente d’immagine di uomini politici (insegnò a Eisenhower come posare davanti alla telecamera) e, nel mainstream hollywoodiano che sperimentava poco, era una mosca bianca (lo stesso Russell Rouse esordì dopo e fu grazie a Montgomery che Delmer Daves ebbe il permesso dalla Warner Brothers di girare in soggettiva il suo La Fuga l’anno successivo).

