TRAMA
L’aristocratico inglese John Morgan è fatto prigioniero dai Sioux. Per quanto sia maltrattato, si convince che per fuggire non possa far altro che comprenderne la cultura e farla propria.
RECENSIONI
Il 1970, per il genere western e la rappresentazione dei nativi americani, è un anno chiave: Soldato Blu di Ralph Nelson tirò un pugno allo stomaco delle platee mostrando la brutalità dei bianchi nei loro confronti. Il Piccolo Grande Uomo di Arthur Penn andava oltre la contingenza, depotenziando i miti dei bianchi più su un piano esistenziale-filosofico. Un Uomo chiamato Cavallo, invece, entrò a piene mani nella cultura aliena, non da un punto di vista “bianco” né andando “oltre” ma “dentro” (in gran parte è parlato in Sioux da veri nativi). Fu rivoluzionario per il suo aspetto etnografico, antropologico, con dettaglio documentale su usi e costumi che si uniscono, potenza del (buon) cinema, a un racconto avvincente (anche perché, al di là del discorso politico, fondato su sopravvivenza e adattamento). Il realismo avvolge, il tipo di ambientazione impressiona a ogni passo, le emozioni/riflessioni coinvolte non sono per nulla scontate. Buffo che tutto prenda le mosse da un racconto del 1950 già trasposto per la serie TV Carovane verso il West (Wagon Train). Colpisce favorevolmente anche la maturità quasi autoriale della messinscena di Elliot Silverstein che, fin qui, televisione a parte, aveva consegnato due commedie “giovanili” (fra cui un’altra con revisionismo western, Cat Ballou), per quanto si fosse già fatto notare per l’iconoclastia. La sequenza dell’iniziazione è memorabile, il personaggio interpretato da Jean Gascon è uno spasso. Due seguiti.

