TRAMA
Le riprese del film di Franco Maresco su Carmelo Bene vengono interrotte dal produttore, esasperato dai continui ritardi e dai cambi di programma. Dal canto suo, Maresco accusa la produzione di “filmicidio” e scompare. Il suo amico Umberto Cantone chiama chi ha partecipato all’impresa, per ricostruire la vicenda e riscoprire l’autore più apocalittico del cinema italiano.
RECENSIONI
Guardare un film (fatto per bene) di Franco Maresco significa accettare di entrare in un territorio ambiguo, saturo di ironia e amarezza, in cui lo sguardo del regista non si limita a raccontare, ma si prende gioco del racconto stesso. Maresco costruisce un'opera che, come spesso accade nel suo cinema, si muove su una soglia instabile: tra documentario e finzione, tra sarcasmo e tragedia, tra il riso amaro e la malinconia più cupa. Un film fatto per Bene sembra disfarsi davanti ai nostri occhi e, proprio in questa decostruzione, trova la sua forma più compiuta. L'idea è apparentemente semplice: realizzare un film “fatto per bene”, e mostrarci come quell'aspirazione sia continuamente sabotata dalla realtà. L'ambizione di costruire un prodotto lineare, coerente e ordinato si infrange contro la materia viva che l'autore mette in scena: personaggi marginali, situazioni surreali, dialoghi che oscillano tra la saggezza popolare e il nonsense più puro. Il diabolico risultato è un meccanismo comico e nefasto insieme, dove l'Italia – e più precisamente la Sicilia – si rivela in tutte le sue contraddizioni. Siamo ovviamente dalle parti della riflessione metacinematografica; come si può fare qualcosa “per bene” in un Paese che vive di compromessi, che ha perso la credibilità, che preferisce l'improvvisazione al progetto? La macchina del cinema, nel suo tentativo di catturare la realtà, finisce sempre per essere contaminata dalla stessa realtà che vorrebbe raccontare; un cortocircuito che diventa sostanza, e che fa impazzire Maresco stesso, eterno incompreso fagocitato dalla stessa creatura a cui ha dato vita. Ed è a questo punto che compaiono figure che sembrano uscite da un teatro dell'assurdo: volti segnati dal tempo, corpi goffi, voci che rimbalzano tra dialetto e italiano stentato.
Sono personaggi reali e assieme caricature, maschere grottesche che raccontano e si raccontano sovente con esibito e scandaloso candore. Come Ciccio Mira, ormai feticcio mareschiano già presente in Belluscone e La mafia non è più quella di una volta, immarcescibile organizzatore di concerti neomelodici che difende ogni possibile illecito. Maresco, come sempre, osserva tutti con sguardo attonito, con un occhio che non è mai del tutto giudicante: c'è pietà, c'è tenerezza, ma c'è anche un'ironia feroce, che non concede illusioni. Le inquadrature – spesso fisse, spietate – restituiscono una sensazione di immobilità, come se tutto fosse destinato a rimanere com'è, fossilizzato e immutabile. Anche se poi, puntuale e inevitabile, irrompe la comicità: battute surreali, situazioni paradossali, gag improvvise (su tutte l'incredibile presenza di Francesco Puma, il cui più grande desiderio è quello di poter proseguire l'impervia strada della recitazione intrapresa tempo addietro) che spezzano la tensione. Questo continuo
oscillare tra abisso e risata è la cifra più autentica del cinema di Maresco: la tragedia italiana non può che essere raccontata attraverso la farsa; e la farsa, a sua volta, nasconde sempre una verità amara. L'Italia non sa – e non vuole – prendersi sul serio, è un Paese incapace di scindere tra lutto e barzelletta in cui anche l'arte e la cultura devono fare i conti con l'impossibilità di essere “pulite” e ordinate. Maresco, con la sua poetica disincantata, continua a sottolineare come proprio nell'imperfezione, nell'incompiuto, nel ridicolo, si nascondano le chiavi per capire la nostra identità. Non c'è via di fuga, lo schermo è uno specchio: storto, incrinato, e terribilmente veritiero.

