Drammatico, Sala

UN ANNO DI SCUOLA

NazioneItalia, Francia
Anno Produzione2025
Durata102'
Ispirato aUn anno di scuoladi Giani Stuparich
Fotografia

TRAMA

Fred, una diciottenne svedese che si trasferisce in Italia per frequentare l’ultimo anno di un istituto tecnico, è l’unica ragazza della classe e finisce per stringere un forte legame con un trio di amici inseparabili.

RECENSIONI

Un anno di scuola si apre con un lungo piano sequenza, una falsa soggettiva perlustrativa dell’ultimo-primo giorno di scuola delle superiori, su per le scale, tra i banchi dell’ITIS e gli ambienti spogli, prima della definitiva uscita al di fuori verso l’età adulta. La diciottenne Fred arriva così, dalla Svezia a Trieste, è uno sguardo estraneo ancora senza volto, un vuoto d’immagine che dovrà essere riempito, in un arco di trasformazione circolare che è il modo stesso di riconoscersi in una fisionomia e occupare senza alcuna alterità il centro gravitazionale della propria inquadratura. Nel passaggio da Piccolo Corpo alla sua opera seconda, da un’avventura mitologica e mistica dei primi del Novecento a un teen movie di sogni e flutti umorali di inizio secondo millennio, Laura Samani torna a vedere nel femminile una pratica dissidente ed errabonda di costante riposizionamento figurativo, il tentativo miracoloso di esistere, di esserci almeno per se stesse di fronte alle credenze e alle immagini di altri. Nel suo esordio la giovane Agata, contro ogni predicazione, si ostinava a voler essere madre almeno per un momento, con il feretro della figlia nata morta attaccato alla schiena, un viaggio su per i monti per darle un nome e un primo respiro. In Un anno di scuola Fred viene invece scrutata attraverso le serrature delle porte, sezionata e sessualizzata da dietro mentre è in piedi alla lavagna davanti a tutti gli altri, costretta e incarcerata negli occhi soltanto maschili, ridotta a femmina in via di sviluppo, un corpo che appare e non può agire. Un’intrusa, fuori posto e fuori classificazione, un «kiwi in mezzo alle mele» le dice il padre, che tutto sconvolge e travolge, fa maturare, compresa l’inscalfibile fratellanza di ferro degli eterni amici Antero, Pasini e Mitis, riuniti attorno al loro rifugio-avamposto dal nome paradigmatico La Trappola, di cui Fred diventa presto il vertice inatteso e deformante, il catalizzatore di senso, di tensioni e desiderio. Ma in questo disequilibrio di campi e controcampi – sociali e identitari quanto filmici – in cui Fred si ritaglia poco alla volta il suo spazio, Un anno di scuola non ammette guerriglia di montaggio. Ai lati opposti, talvolta incidenti e convergenti, della stessa traiettoria di crescita il cast corale di talentuosi attori non professionisti (di cui Giacomo Covi è stato premiato anche a Venezia) condivide infatti gli stessi aggrovigliati fili della giovinezza, che brillano di birre, cannette, corse a perdifiato nella notte in una Trieste iper-visibile, topografica, ribelle, di mare e collina e «scontrosa grazia» come ne scriveva personificandola Umberto Saba.

Samani adatta insieme a Elisa Dondi il racconto omonimo di Giani Stuparich pubblicato in origine nel 1929 (e già trasposto su schermo nella miniserie del 1977 di Franco Giraldi), traslandolo in avanti, dagli anni dell’irredentismo pre-Grande Guerra a un 2007 gentile e luminoso, senza mostri né cattivi, con colpe umanizzate e ancora comprensibili, in cui persino l’eredità ingombrante degli adulti riesce a rimanere sullo sfondo (il padre di Fred tagliatore di teste in una fabbrica locale, il padre di Antero militante per Berlusconi), senza sporcare di reale la spensieratezza tipica dell’adolescenza. Samani attinge così non solo all'immaginario territoriale e databile di quegli anni che ha vissuto in prima persona da liceale triestina, ma fa sua soprattutto l'iconografia del modo di sognarsi liberi ed estranei della generazione di inizi Duemila, un attimo prima della crisi economica del 2008 e della rivoluzione digitale subito successiva. Un tempo di transizione ideale, quasi utopistico al giorno d’oggi, in cui, al contrario, si è esaurito lo spazio per illudersi, la crescita si è accelerata di dolori e sconforti culturali, lasciando scoperta la ferita di chi ha visto morire precocemente il proprio futuro che si credeva infrangibile davanti agli occhi. Quella rabbia giovane virata all’anedonia e al distacco che in Una sterminata domenica di Alain Parroni prendeva le fattezze di una noia cacofonica, riempitiva e disfunzionale e che in Diciannove di Giovanni Tortorici si trasformava, subito dopo la scuola, in un gesto filmico idiosincratico e aggressivo, senza alcun compromesso o accordo di grazia.

Come il confine Italia-Slovenia finalmente accessibile nel 2007, l’adolescenza di Un anno di scuola rappresenta invece la stagione dello sconfinamento, di limiti valicabili anche quando proibiti, esperienze da credere ancora possibili e irripetibili: i baci rubati ai due lati di un vetro di frontiera, gli sfioramenti di corpi di amici che si continuano oltre le proprie predeterminazioni, sotto i banchi, di nascosto, durante le verifiche in classe, il bramito dei cervi udibile soltanto al precipizio del pericolo. In fondo, tutto il film diventa una messa in scena di margini ed estremi ora conciliabili e unificabili, a partire dalla questione plurilinguistica, non solo geografica e storica, attorno a cui, come in Past Lives, lasciare accadere una personale e dinamica lingua e semantica per ogni occasione e reminiscenza, passando da una all’altra, ora per sognare e innamorarsi in inglese e in dialetto triestino, ora per litigare in svedese o sloveno, per gridare a squarciagola i TARM e studiare in classe, da programma ministeriale, l’italiano. «There's no way to say goodbye» cantava Leonard Cohen nell’esordio di Celine Song, «non c’è niente più tra noi» cantano scambiandosi ruoli e direzioni Gian Maria Accusani, leader dei Prozac+, ed Elisa, nella chiusura limpidissima di Un anno di scuola. Esercizi di attraversamento permanente: al di qua e al di là dello sguardo, verso un altrove fuori campo, in cui crescere ancora perdendo qualcosa.

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