Commedia, Recensione

UN AMERICANO A ROMA

TRAMA

Nando Mericoni adora il cinema hollywoodiano, sogna ad occhi aperti e porta l’America nel suo piccolo mondo romano, vivendo la propria vita come fosse un eroe dei film americani: sia i genitori sia la fidanzata sono disperati, non sanno come farlo ragionare.

RECENSIONI

Visto il successo del medesimo personaggio in Un Giorno in Pretura, Steno gli dedica un’intera pellicola aprendo, anche, le porte del Mito al talento di Alberto Sordi, da qui in poi votato a rappresentare le storture degli italiani medi, nella fattispecie l’immaturità provinciale dell’esterofilo, talmente pieno di sé e con senso di superiorità da non mettersi in discussione nemmeno nel dileggio generale. Si ride ma s’irride anche l’Italia del dopoguerra colonizzata culturalmente dagli Stati Uniti (vestiario d’obbligo: blue jeans, t-shirt, berretto da baseball, bracciali borchiati). Le storpiature maccheroniche dell’inglese di Nando, che preferisce chiamarsi Santi Bailor e imita Marlon Brando e Gene Kelly (balla anche il tip tap) sono ormai leggendarie, come la scena con i maccheroni e le citazioni (al Colosseo) di la 14ª Ora e di L’Asso nella Manica. Cult nostrano. Al party appare, canzonato da Nando, l’aiuto regista Lucio Fulci ma, strizzando (più facilmente) l’occhio alla contemporaneità, il film cita anche Mike Bongiorno (con Fred Buonanotte) e lo “scandalo” Roberto Rossellini-Ingrid Bergman (il regista Verdolini e la svedese di un’allora sconosciuta Ursula Andress).

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