TRAMA
I giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, indagano sull’arresto di alcuni uomini sorpresi in una sede del Partito Democratico nell’hotel Watergate di Washington: a forza di scavare, scoprono del marcio intorno al presidente Nixon e subiscono pressioni di vario tipo per smettere.
RECENSIONI
Oltre ad aver vinto quattro Oscar dopo la sua uscita, la pellicola di Alan J. Pakula è diventata anche un modello imprescindibile del thriller giornalistico, superbamente sceneggiato da William Goldman, tenendo a mente la ricostruzione storica (dando per scontato che lo spettatore sappia molti retroscena) e l’impegno civile fondato sul libro-inchiesta dei due giornalisti protagonisti, cui va il merito di aver fatto scoppiare lo scandalo “Watergate”. L’asso nella manica sono due eccezionali Robert Redford e Dustin Hoffman, pedinati in un percorso che li accompagni dalla Luce (la redazione luminosa) all’Oscurità (l’incontro con “Gola profonda” nel garage) per riemergere nel fulgore della Verità. L’intento di Pakula, prendendo a prototipo L’Ultima Minaccia (1952) di Richard Brooks con Humphrey Bogart, è soprattutto quello di esaltare un certo modo (ostinato, idealista, nervoso, senza compromessi) di fare giornalismo, mentre, dal lato spettacolare, sfama la voglia di suspense con un piglio angosciante e un giallo da manuale, ovviando a uno script tendente al verbo fra dialoghi e interviste da film investigativo, con una gestione dei tempi magistrale e qualche preziosismo di messinscena (a parte il perfezionismo della ricostruzione scenografica, vedi la redazione del Washington Post, è diventata celebre la panoramica, con dolly, all’interno della Biblioteca del Congresso). Peccato, solo, per una chiusura dal fiato più corto.

