Grottesco, Recensione

TODO MODO

TRAMA

Il potere (politici, industriali, giornalisti) si raduna nei sotterranei di un edificio di lusso gestito dai preti per i ritiri spirituali: Don Gaetano, in relazione amicale con il politico il “Presidente”, bacchetta i presenti, qualcuno li uccide e interviene un magistrato.

RECENSIONI

Petri opziona immediatamente i diritti del romanzo di Sciascia appena uscito (1974), perfetto per il suo discorso autorale sulla crisi delle istituzioni e sulla megalomania del potere, un apologo iniziato ai tempi di A Ciascuno il Suo (un altro Sciascia) sull’Italia distribuita in “parrocchie”, sfere di potere che si dividono la torta ma entrano in crisi in qualità di organi politici, e sugli uomini potenti spesso letti attraverso la lente deformante del sesso deviato. L’idea scenografica vale tutto il film, anche nel senso fuor di metafora del grande lavoro di Dante Ferretti, che inventa sotterranei in cemento armato popolati di statue bizzarre a tema religioso, con invadenza di schermi televisivi e annesse catacombe. Come ispirato dagli scritti di Pasolini (uomini potenti con manovre da automi, vuoti. Il potere reale procede senza di loro), è duro il j’accuse alla DC (mai nominata, con un grandissimo Gian Maria Volontè stile Aldo Moro e capo chinato alla Andreotti, quest’ultimo rappresentato anche da Michel Piccoli), ipocrita nella finta e conciliante bontà cristiana, con aperte condanne alla connivenza con la Chiesa (Sciascia era più sottile; grande anche Mastroianni nella sua rabbia perenne contro i peccatori), immobile, entropica e autodistruttiva. Le doti migliori di Petri si sono sempre espresse in film realistici che lambiscono il grottesco: in questo caso, in territori completamente astrusi, quasi fantascientifici (l’epidemia fuori), s’intravedono i limiti di una creatività con un testo volutamente monocorde e claustrofobico per ambienti ed ermeticità dei dialoghi, a volte incoerente con la scelta di rimandi diretti alla contingenza politica, che non fanno dell’opera un atto universale sull’essere umano ma uno sfogo politico. Si rischia di restare imbrigliati nel 1976 faticando a cogliere l’allegoria, evincibile dalle dichiarazioni dell’autore, sull’impossibile ritorno alla fede di un gruppo di potere che, dei segni della fede, ha fatto il proprio vessillo elettorale; sull'ecatombe creata da forze negative che esalano dal potere e finiscono per abbattersi su di esso. Comunque, è un atto originale e unico, il Salò di Petri: ritirato poco dopo la sua uscita, complici il rapimento Moro e, come sempre per i film del regista, il fatto che non piacesse né a destra né a sinistra.

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