TRAMA
Joe Castleman e la moglie Joan vengono svegliati all’alba da una telefonata proveniente dall’Europa. È la notizia che Joe ha vinto il premio Nobel per la letteratura. Joan inizia allora a ripensare ai quarant’anni passati al fianco del marito, al patto segreto su cui si è basato il loro matrimonio, al sacrificio lungo una vita della sua più grande ambizione. Qualcosa in lei matura.
RECENSIONI
Una donna migliore del marito, che ha vissuto una vita all'ombra del marito. Un uomo artisticamente e moralmente mediocre che riesce a raggiungere il successo e l'approvazione solo grazie alle qualità della moglie. Una società profondamente fallocentrica dove alle donne è consentito emergere solo se celate dietro una figura maschile a cui verranno attribuiti tutti gli onori del caso. E ancora, una donna che ad un certo punto della sua vita, complice l'assegnazione al marito del riconoscimento più prestigioso per la sua (di lei) attività, ha la forza di mettere in dubbio tutto quanto per ricominciare da capo. Sebbene il romanzo di Meg Wolitzer da cui è tratto il film sia stato pubblicato nel 2003, è evidente come un racconto che poggia su argomenti di questo tipo e di questo peso trovi, nella temperie culturale contemporanea, una nuova e forse insperata linfa vitale. Manco a dirlo, è il cinema il luogo prediletto per riflessioni come queste, è al cinema che tali battaglie, oggi, vengono amplificate a dismisura, perché è il cinema (lato sensu) che di recente ha scoperchiato il vaso di Pandora. Il film giusto al momento giusto dunque, capace di comunicare qualcosa e in qualche modo di giustificare la sua esistenza ancor prima della sua realizzazione. Bastano poche righe di trama (nel caso italiano basta il sottotitolo) ad attivare un forte dialogo tra testo e contesto, mentre al prodotto finito è affidato il solo compito di argomentare nel modo più efficace possibile. Ed è qui che The Wife esibisce tutte le sue debolezze. Perché sineddoticamente, il qualcosa che il film comunica prima della visione è già il tutto. L'argomentazione, in termini in primo luogo stilistici, aggiunge poco o nulla ad una riflessione programmata, pilotata e soprattutto detta a monte, articolata in una sceneggiatura (di Jane Anderson) schematica, che osa davvero troppo poco. A vivere nell'ombra insomma, non è solo la figura di Joan Castleman, ma anche l'anonimo Björn Runge, che pur facendo la giusta scelta di nascondersi dietro ai suoi personaggi, non è mai in grado di valorizzare il racconto con le buone interpretazioni degli attori. Attraverso gli occhi e i non detti che traspaiono dal volto di Glenn Close passa, ma allo stesso tempo si esaurisce, tutto quel che c'è di davvero notevole nel film. Mai animato da una forza centrifuga capace di creare vera tensione oltre i bordi dell'inquadratura, The Wife è tutto lì, compresso in immagini e tempi che appartengono ora al teatro (soprattutto nei duetti tra i due protagonisti) ora ad una brutta fiction televisiva, ma solo raramente al cinema. D'altra parte, se il livello della comunicazione prettamente visiva deve essere quello della stucchevole metafora costruita nel finale, forse è addirittura meglio così.

La scrittrice dal cui romanzo (2003) il film è tratto, Meg Wolitzer, è la stessa di This is my Life di Nora Ephron, ugualmente incentrato sulla fama e i suoi costi per la famiglia. La sceneggiatrice Jane Anderson non è esattamente una garanzia (Può Succedere anche a Te, Gli Anni dei Ricordi) mentre la regia è stata affidata allo svedese Björn Runge (la Svezia co-produce, si gira anche a Stoccolma ma le si preferisce Glasgow): una messinscena ferma e sottotono come la protagonista, allo stesso modo priva di colpi d’ala che rivelino altro, per un film d’attori, quali scrittura (solo quale apologo compiuto) e dialoghi. Il mistero alberga nelle mire del film e nel significato del titolo, vagamente femminista, nell’ottica di dare voce alle “spalle” dei grandi uomini: il Joe Castleman di Jonathan Pryce, però, è affettuoso, ringrazia sempre la moglie in pubblico, prende gli allori ma vuole sempre condividerli con lei. In assenza di tracce maschilistiche, è facile sperare in una scrittura ambigua e sottile, aiutata da quella scena in cui Joe rimprovera il figlio di aver scritto un racconto descrivendo una coppia cliché, lui pallone gonfiato, lei colma di rabbia repressa. Nella coppia protagonista, intuiamo, ci sono ombre ma la moglie è consenziente e non vuole essere ritratta come vittima. È anche ciò che Joe Castleman rivela al biografo di Christian Slater, parando tutte le sue maligne insinuazioni. Nessun cliché, messinscena discreta, grandissima recitazione di Glenn Close (si colgano i suoi sguardi nel bar di Stoccolma con il biografo): fin qui tutto bene. Fatta la tara del miscasting nei flashback con la coppia giovane (la studentessa interpretata dalla vera figlia di Glenn Close appare più anziana del professore), anche la rivelazione, ad un certo punto, che la “moglie” è una sorta di co-autrice fra consigli e correzione di bozze sembra parte di un discorso ricco di sfumature. Purtroppo l’opera getta la maschera nel momento in cui, credendosi un thriller con colpo di scena spettacolare, infila un imbuto nella bocca dello spettatore per fargli digerire la scena in cui “la moglie” lascia di punto in bianco il marito, senza che elementi precedenti lo presagissero, e per suggerirgli che anche lei, come lo spettatore, ha avuto un’epifania su chi fosse la vera scrittrice nel tempo reale del film. Pressappoco, il film chiude così, dimenticando tutti i modi e i contenuti delle scene precedenti, facendo sorgere il dubbio che fossero solo interlocutorie rispetto all’unico interesse degli autori, questo colpo di scena, un meteorite dall’ignoto spazio profondo, sprovvisto anche di meta (la moglie ha confessato al biografo di essere sempre stata troppo timida per farsi strada nell’editoria).

