TRAMA
Ki-hoon, detective assegnato al dipartimento crimini violenti, è sposato con Soo-hyun, ma, istintivo sia nel lavoro che nella vita, porta avanti in parallelo una relazione adultera con Ga-hee, amica della moglie. Vivendo nel senso di colpa, l’uomo trova nel lavoro una valvola di sfogo alla propria incapacità di scegliere tra le due donne. Proprio lavorando ad un caso di omicidio conoscerà la carismatica Kyung-hee, principale sospettata dal fascino misterioso ed irresistibile. La notizia che sia la moglie che l’amante sono rimaste incinte complicherà ulteriormente la situazione.
RECENSIONI
Eccessivo, caricaturale, palesemente sbagliato, The Scarlet Letter è uno di quei film per cui è più che lecito prendere una sbandata. Il secondo lungometraggio di Daniel Byeon Hyeok (Interview, il suo primo film, risale al 2000) è infatti una detective love story sproporzionatamente ambiziosa (si apre addirittura con una citazione veterotestamentaria) e ecletticamente discontinua (toni e registri si alternano in modo piuttosto casuale), ma permeata da una sincerità espressiva e da un coraggio stilistico quasi commoventi. Quello messo in scena dal cineasta coreano è infatti un universo dominato unicamente dall’irrazionalità e dall’impetuosità del desiderio, dove persino l’attività professionale funge da cassa di risonanza delle passioni. Tutti i personaggi sono animati da sentimenti laceranti e travolgenti, rivelandosi incapaci di controllarne l’irruenza e finendo per soccombere tragicamente alla loro veemenza. Di fronte a una tale intensità drammatica, le frequenti concessioni al patetismo e le vistose sfilacciature narrative si perdonano volentieri, apprezzando al contrario l’autenticità dell’approccio e la radicalità della scrittura (opera dello stesso Daniel Byeon Hyeok). Sotto il profilo stilistico è poi impossibile non riconoscere al regista uno sguardo elegantemente avvolgente (anche se talvolta l’eleganza sconfina nel kitsch), una spiccata sensibilità per i momenti musicali (esaltati da preziosi movimenti di macchina come carrellate circolari e morbidi dolly) e un gusto grottescamente perverso per la limitazione spaziale (un’intera sequenza è girata nel bagagliaio chiuso di una macchina). La brusca sterzata dell’ultima mezz’ora, che deraglia nei territori della morbosità e del gore, ribadisce il coraggio e la libertà espressiva di un film adorabilmente scombiccherato.
