TRAMA
In un futuro distopico, gli USA sono uno stato autoritario dove i media controllano le masse con reality show mortali. Per salvare la figlia malata e sfuggire alla povertà, Ben Richards accetta di partecipare a “The Running Man”: un gioco spietato in cui deve fuggire e sopravvivere per 30 giorni mentre viene braccato in diretta da spietati sicari.
RECENSIONI
Ci sono molti angoli possibili per leggere e valutare un film come The Running Man. Il primo, forse il più ovvio, è a partire dalla tenuta generale del testo, sia in termini drammaturgici, sia per ciò che concerne la forma. Il secondo è considerandolo come ulteriore esemplare di adattamento cinematografico del romanzo L’uomo in fuga di Stephen King; il primo era L’implacabile(Paul Michael Glaser 1987), cult con uno splendente Arnold Schwarzenegger (che in The Running Man sornionamente compare come volto dei “nuovi dollari”, valuta distopica del mondo messo in scena). Il terzo è leggerlo come ennesima iterazione di uno schema talmente consumato da rendere quasi impossibile penetrarvi con efficacia: quello del mondo (leggasi: gli USA) in cui il divario ricchi/poveri è acuito dalla tecnocrazia, che prima ancora di averci messi tutti sotto controllo ci ha obbligati a una dittatura dell’anestesia e dell’intrattenimento, e quindi voilà ecco servito il game/reality show mortale. Il quarto è, riteniamo, capire se i tre suddetti livelli, tutti rischiosi, riescono a convivere in una qualche ragione gestaltica. La risposta in questo specialissimo caso è sì.
The Running Man è un action movie ma non è solo un action movie. È un distopico che sguazza dentro gli elementi del “genere” uscendone sporcato ma in qualche modo vittorioso. Andrebbe allora chiarito perché, dal momento che di simili tentativi negli ultimi vent’anni ne abbiamo visti a iosa, quasi tutti fortunatamente relegandoli al dimenticatoio. Un primo indizio ce lo dà il connubio fra “soggettista” – il Maestro King, le cui traduzioni cinematografiche o sono una delizia o sono una croce – e regista – quel geniaccio di Edgar Wright, che ci ha ormai abituati a disinnescare ogni nostro snobismo: si può fare cinema divertente, formalmente spassoso, e pure, guarda un po’, autoriale (tradotto: che propone un qualche tipo di sguardo riconoscibile, convincente o meno che sia).
Il tema non è dunque tanto la trama, che abbiamo visto mille volte e più. E chi vi scrive è certo di aver già ripercorso, più volte (anche quasi sicuramente nelle pagine di questa stessa Rivista), la fitta genealogia della questione, che qui mette insieme tutto quanto è germinato da La decima vittima (Elio Petri 1965) in avanti, per quanto concerne il gioco, mescolandolo agli archetipi della caccia umana, della datacrazia panottica (The Truman Show, Peter Weir 1998, con i suoi prodromi e i suoi successori), e varie altre estetiche della purga e del giorno del giudizio. Qualche titolo allora a mo’ di esempio, per non farla breve: La decima vittima (Elio Petri 1965), Gladiatorerna (Peter Watkins 1969), Das Millionenspiel (Tom Toelle 1970), Punishment Park (Peter Watkins 1971), Rollerball (Norman Jewison 1975), Death Race 2000 (Paul Bartel 1975), Network (Sidney Lumet 1976), Quintet (Robert Altman 1979), Le prix du danger (Yves Boisset 1983), Videodrome (David Cronenberg 1983), 1984 (Michael Radford 1984), Brazil (Terry Gilliam 1985), RoboCop (Paul Verhoeven 1987), Essi vivono (John Carpenter 1988), Total Recall (Paul Verhoeven 1990), Hard Target (John Woo 1993), Surviving the Game (Ernest R. Dickerson 1994), Strange Days (Kathryn Bigelow 1995), The Game (David Fincher 1997), The Truman Show (Peter Weir 1998), eXistenZ (David Cronenberg 1999), EdTV (Ron Howard 1999), Battle Royale (Kinji Fukasaku 2000), Series 7: The Contenders (Daniel Minahan 2001), Intacto (Juan Carlos Fresnadillo 2001), My Little Eye (Marc Evans 2002), Saw - L’enigmista (James Wan 2004), Live! (Bill Guttentag 2007), The Condemned (Scott Wiper 2007), Death Race (Paul W.S. Anderson 2008), Gamer (Mark Neveldine e Brian Taylor 2009), The Tournament (Scott Mann 2009), Exam (Stuart Hazeldine 2009), 13 (Géla Babluani 2010), The Hunger Games (Gary Ross 2012), Would You Rather (David Guy Levy 2012), La notte del giudizio (James DeMonaco 2013), Cheap Thrills (E.L. Katz 2013), Snowpiercer (Bong Joon-ho 2013), The Congress (Ari Folman 2013), As the Gods Will (Takashi Miike 2014), The Maze Runner (Wes Ball 2014), Circle (Aaron Hann e Mario Miscione 2015), Nerve (Henry Joost e Ariel Schulman 2016), The Belko Experiment (Greg McLean 2016), The Circle (James Ponsoldt 2017), Ready Player One (Steven Spielberg 2018), Assassination Nation (Sam Levinson 2018), Anon (Andrew Niccol 2018), Escape Room (Adam Robitel 2019), Guns Akimbo (Jason Lei Howden 2019), Ready or Not (Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett 2019), The Platform (Galder Gaztelu-Urrutia 2019), The Hunt (Craig Zobel 2020), Choose or Die (Toby Meakins 2022), The Menu (Mark Mylod 2022). E senza nemmeno tentare di aggredire la questione da un punto di vista letterario, per evitare di farci tutti venire le vertigini.

Ora, dunque, che cosa distingue The Running Man? Il che, in altri termini, significa chiederci se ne valeva davvero la pena. Anche qui, una risposta complessa richiede almeno per un attimo di uscire dal film in senso stretto. Il cinema vive anche (forse soprattutto?) della propria ripetizione. È un’arte, pure, di variazioni sul tema. Così non è il tema che chiede di essere giudicato, quanto la qualità della variazione. Nel film di Wright la questione tocca dunque non tanto l’originalità della scrittura. È evidente che non è questo il punto. Il punto è la capacità del film di convogliare in maniera efficace una certa sfumatura emotiva del discorso, ahinoi spesso sacrificata in favore del puro intrattenimento. Per intenderci meglio, non è paradossale un film che critica l’industria dell’intrattenimento proponendosi a sua volta in chiave intrattenitiva? Lo è, ma in The Running Man questo elemento vanta una sua consapevolezza interna, che passa attraverso un cinismo generale, palpabile, pur se naturalmente compromissorio. Quel compromesso che ci richiama a un esercizio di intelligenza – intuse interlegere, sceglieretra, leggeredentroirapporti.
Siamo pronti a tollerare che un oggetto dalla foggia squisitamente hollywoodiana tenti di farci il predicozzo? Se non lo siamo, allora forse non è il film giusto per noi. Non lo è neanche (e senza fare paragoni) Viale del tramonto (Billy Wilder 1950), però. Se invece tolleriamo l’ipocrisia come un margine possibile di negoziazione, finanche politica, e accettiamo il tema sottile della “detonazione” che The Running Man ci propone con una fine torsione metalinguistica – una detonazione fisiologicamente ambigua, che per scardinare il sistema deve insinuarsi proprio fra le sue maglie – allora ecco che dovrebbe divertirci (che non è “intrattenerci”) e piacerci. Delle due, ed è tutto merito del film, scegliamo la seconda.

