TRAMA
Los Angeles. Anni ’70. Un investigatore privato imbranato e un rude detective, dopo un’iniziale diffidenza e qualche ossa rotta, decidono di collaborare. Una pornostar è morta misteriosamente in un incidente stradale e una giovane ragazza è scomparsa. Che i due casi siano legati?
RECENSIONI
Nella notte un’auto esce di strada e attraversa le pareti di una villa dove un ragazzino ha appena sottratto una rivista per soli uomini da sotto il letto dei genitori addormentati. Il “caso” vuole che la donna al volante sia proprio la sventola che riempie il paginone centrale della rivista e il ragazzino la trova in giardino moribonda sopra ai resti fumanti dell’auto, esattamente nella stessa posa discinta. Il prologo è una chiara dichiarazione di intenti e ha la funzione di stabilire un patto con lo spettatore. Come a dire, tutto ciò che vedrete d’ora in poi non ha la minima plausibilità, ma il solo scopo di divertire. Occorre quindi decidere subito se stare al gioco oppure no. Ma bisogna farlo razionalmente, perché il film ce la mette tutta, ma non ha sufficiente carburante narrativo per dare vita a gag davvero esilaranti e trovare la leggerezza delle intenzioni. Si limita infatti a offrire un coinvolgimento zigzagante e di superficie. Il soggetto e le atmosfere evocate sembrano non tanto rifarsi ad altri buddy movie famosi (da 48 ore ad Arma Letale), quanto parodiare Black Dahlia di Brian De Palma, a sua volta omaggio al genere noir. Cambia infatti l’epoca, dai fumosi anni ’40 (di sigarette) agli altrettanto fumosi anni ’70 (di inquinamento), ma al centro del racconto c’è sempre una donna misteriosa che gravita intorno al mondo del porno e la soluzione è tra i fotogrammi di un film “maledetto”. Poi, la storia è più che altro un pretesto per dare spazio a intermezzi fracassoni e botta e risposta ritmati, ci si domanda allora perché dover complicare tanto le cose quando le coordinate del racconto si perdono presto per strada e lo scioglimento finale è tutto meno che brillante.
Comunque sia il duo di protagonisti ha una buona alchimia, oltre che un innegabile appeal commerciale. Russell Crowe è un credibile spaccaossa a pagamento. Il fisico oversize lo aiuta e l’aspetto sgualcito lo rende sia cucciolone che temibile. Meno convincente Ryan Gosling che sembra fare di tutto per togliersi di dosso l’aura di divo & figo. Il suo personaggio è stralunato, distratto e decisamente loser, una sorta di Peter Sellers aggiornato ai tempi (la lunga sequenza della festa in villa richiama inevitabilmente Hollywood Party), ma Gosling, nonostante gli apprezzabili sforzi, non ha lo slapstick nel sangue, è un po’ troppo belloccio per il ruolo e la sua vulnerabilità non è mai irresistibile perché arriva forzata. Tra i due a emergere è però la giovanissima Angourie Rice, sguardo vispo e fisicità bambina, unica scelta davvero originale dello script quella di non renderla solo esornativa ma vero e proprio motore dell’azione. Tra battibecchi che si vorrebbero maggiormente spassosi (il più efficace è il primo incontro tra i due protagonisti), citazioni (è ancora L.A. Confidential tra Russell Crowe e Kim Basinger), strizzatine d’occhio cinefile (su un cartellone campeggia il poster di Lo squalo 2), una colonna sonora che ripercorre tutto il travolgente repertorio seventy e azione ben coreografata dalla mano esperta (ma pesante) di Shane Black (sceneggiatore dei primi due Arma Letale e L’Ultimo boy scout e regista di Kiss Kiss Bang Bang e Iron Man 3), il film scorre piacevole ma niente di più. Discutibile, infine, e banalmente in linea con i tempi, la scelta di contaminare il cartoonesco con il pulp. Tutto è sopra le righe ed esagerato ma anche, almeno a volte, realistico. Quelle ossa rotta fanno male e si muore dettagliatamente e per davvero. In un film che dà l’idea di non prendersi troppo sul serio il teenager è forse agganciato, ma l’effetto stride un po’.

Dopo Kiss Kiss Bang Bang (2005), lo sceneggiatore Shane Black, sempre in tandem con il produttore Joel Silver, torna alla regia con la sua tipica coppia investigativa stramba, marchio di fabbrica dai tempi di Arma Letale: nel 2005 univa il detective a un ladro in quel di Hollywood, qui lo affianca a un picchiatore a pagamento nella Los Angeles degli anni settanta, intrisa di scandali nixoniani e di sindrome da ‘istituzioni pubbliche corrotte’ (buffa l’idea del presidente che compare ai morenti). Funziona l’accoppiata smilzo-grasso, classica dai tempi del muto e di Stanlio e Ollio (ma Ryan Gosling cita Gianni e Pinotto nell’imbarazzante scena in cui non emette suono per il terrore): l’idea comica motrice e reiterata è quella del picchiatore che sopravvaluta l’investigatore alcolizzato e inetto, fra esagerazioni (l’irresponsabilità fortunata di Holland March rasenta l’antipatia) e Paper Moon (la ragazzina più sveglia di tutti). Il regista opziona di nuovo i modi del noir ma relega l’Io narrante alla sola parte inziale, si barcamena con un’intricata trama gialla in zona Hardcore ecologista (le proteste giovanili contro l’inquinamento), imprime ritmo e simpatia e va a parare, come ama, in una traccia meta-cinematografica quando s’insegue la “pizza”. Black, però, ci aveva anche abituato a idee più sopra le righe e a un divertimento più follemente sostanzioso: è come se avesse messo mano a uno script non suo (del co-sceneggiatore Anthony Bagarozzi?), infarcendolo con citazioni delle sue opere precedenti (compreso il cameo di Robert Downey jr. come produttore di porno). Nella versione censurata tutti i nudi sono “coperti”.

