Criminale, Giallo, Recensione, Sala

THE MASTERMIND

Titolo OriginaleThe Mastermind
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2025
Durata110'
Sceneggiatura
Scenografia
Costumi

TRAMA

Massachusetts, 1970. James Blaine Mooney, per gli amici J.B., è figlio inconcludente del giudice della contea di Framingham, ha una moglie, Terri, e due figli gemelli, ma non ha un lavoro, anche se è laureato ed è abilissimo nei lavori manuali. Si diletta nel frequentare il museo locale e a sottrarre da lì qualche artefatto, finché non decide di rubare quattro quadri del pittore astrattista Arthur Dove e dare così una svolta alla sua vita, cosa che probabilmente stupirebbe suo padre e renderebbe orgogliosa sua moglie, l’unica a portare a casa il pane. J.B. dunque mette insieme un trio di malcapitati e il furto al museo apparentemente riesce, ma le cose cominciano a mettersi male fin da subito, costringendo J.B. ad una latitanza in giro per gli Stati Uniti. Intorno a lui si muovono i movimenti contro la guerra nel Vietnam, e il Paese sembra anch’esso allo sbando.

RECENSIONI

Kelly Reichardt è una che, non da oggi, vuole passare non tanto per minimalista, quanto per formalista del minimalismo cinematografico. A questo scopo, percorre la più facile delle scorciatoie: disprezza (almeno in alcuni casi) il contenuto dei suoi film.
James, figlio di un giudice nel Massachusetts dei primi anni Settanta, dopo aver abbandonato gli studi artistici progetta la rapina di un museo locale: da completa nullità quale è, senza quei soldi non saprebbe di che vivere altrimenti. Nonostante la sua stellare inettitudine, il colpo va in porto. Dopo goffi tentativi di nascondere la refurtiva (ovviamente intercettata con la forza, a posteriori, da malavitosi della zona, dopo che la polizia rinuncia a toccarlo in quanto figlio di giudice), se ne va alla deriva, verso quel Canada dove altri coetanei (e più giovani) cercavano un’alternativa dall’arruolarsi per il Vietnam. Ma ormai la sua vita è in completo sfaldamento.

Se i quadri che James ruba sono di Arthur Dove è perché è alla pittura astratta che ambisce Reichardt: per questo, fa di James letteralmente un nulla ambulante (servita egregiamente in questo da un bravissimo Josh O’ Connor) e lo tiene quasi sempre al centro del suo film. Se il contenuto non c’è, per forza rimane solo la forma.
Il grande assente di questa dinamica è, naturalmente, lo spettatore. Reichardt scarta sistematicamente tutti i possibili modi, per lo spettatore, di avvicinarsi a James: non sceglie la facile carta dell’irrisione, nemmeno per un essere così palesemente ridicolo, e appena fa capolino il sospetto di qualche empatia per puro accumulo di screen time passato alle sue calcagna, Reichardt gli fa scippare una vecchietta per recuperare la distanza che lei vuole lo spettatore assuma verso di lui (che è la stessa distanza di un avventore al museo verso le opere lì esposte).
Il tempo storico, qui incarnato dalla guerra nel Vietnam contro cui protesta qualche gruppetto, è sideralmente lontano da ciò che vediamo sullo schermo, e totalmente privo di rapporti con esso. L’unica vettorialità che sembra interessare Reichardt è l’inerzia del tempo quotidiano, che falcidia ogni virtualità drammatica (niente “heist movie”, neanche per sbaglio) e che impaluda il vacuissimo James impigliandolo in un bel po’ di trivialità materiali (il fango e i maiali che trasformano in un’odissea i tentativi di James di nascondere i quadri in una fattoria; gli ostacoli estemporanei, umani e non, che si presentano nel momento del furto).
È sufficiente, per salvare il film, l’abilità di O’ Connor nel dare corpo a un nulla che non si capisce come faccia a essere qualcosa anziché nulla? No. The Mastermind crede di essere qualcosa solo perché accompagna un nulla ambulante verso il nulla – ma il film, soprattutto a causa della supponenza con cui snobba il ritmo e in ultima analisi lo spettatore stesso (curandosi solo dell’armonia plastica delle inquadrature), è nulla più di nulla.

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