TRAMA
I momenti salienti della vita di Charles “Chuck” Krantz sono narrati in ordine cronologico inverso attraverso tre grandi periodi. Il racconto inizia con la sua morte, legata alla fine dell’universo, e prosegue a ritroso fino alla sua infanzia.
RECENSIONI
Nel percorso artistico di Stephen King, la dicotomia tra opera letteraria e sua trasposizione in linguaggio cinematografico gode indubbiamente di un considerevole peso specifico. In questo processo di ri-scrittura dal romanzo al film, l’afflato profondamente umanista dell’autore americano è stato talvolta tradito, se non addirittura rovesciato di senso, dai vari cineasti che si sono confrontati con esso: l’esempio più celebre, a tal riguardo, è sicuramente quello di Shining (1979), e non è certo un caso che Mike Flanagan, ammiratore di King, realizzi nel 2019 con Doctor Sleep, sequel letterario prima e cinematografico poi del succitato classico dell’horror,un saggio esplicito sulla necessità di far coesistere universi espressivi antitetici: da una parte, il desolante e lugubre pessimismo contenuto nella cattedrale filmica edificata da Stanley Kubrick; dall’altra, il doloroso umanesimo di King. Si trattava, insomma, di recuperare ciò che Kubrick, nel proprio adattamento di Shining, aveva deliberatamente seppellito, oltreché di far convivere idealmente due amori, quello letterario e quello cinematografico, distanti anni luce l’uno dall’altro.
Nel caso di The Life of Chuck (2024), invece, Flanagan sceglie di andare direttamente alla radice spirituale del suo autore preferito, adattandone un racconto breve emblematico nella messa in scena della classica avventura kinghiana di auto-realizzazione conseguita attraverso un percorso di dolore. Curiosamente, il catalogo di immagini, traiettorie e storie ipotetiche che costituisce il viaggio interiore del protagonista del film sembra essere un’ideale espansione di alcune intuizioni presenti nel finale di un’altra opera magistrale di Flanagan, Midnight Mass (2021), finale nel quale il microcosmo della vicenda umana terrena, e il macrocosmo spirituale interno del soggetto che esperisce la morte, si incontrano in una sintesi ammirevole.

La trasposizione cinematografica di The Life of Chuck segue pedissequamente la struttura a tre atti invertiti del racconto di King, ponendo tuttavia l’accento fin da subito, a differenza di quanto accade nel libro, sul “Canto di Me Stesso” di Walt Whitman, autentico leit-motiv della vicenda e contrappunto poetico sotteso alla struttura dell’opera, il quale si inscrive nell’idea di un soggetto situato al di là della mente, di un’identità che incamera quindi impressioni, vicende umane appena abbozzate, volti e luoghi, per ricomporre poi l’intero catalogo in un processo di auto-trasformazione. Si parte dunque, come accennato, dal terzo atto, ovvero dal ripiegamento interno che è rappresentazione del collasso fisico-psichico del protagonista, nel quale progressivamente si rimuove tutto ciò che è superfluo (il nostro esserci all’interno di variabili terrene e cosmiche indipendenti dalla nostra volontà) per arrivare all’essenza dei sentimenti, degli affetti. Nel secondo atto, al contrario, è un episodio singolo a farsi universo, un ponte ideale tra passato, presente e eternità che troverà il proprio compimento nel primo atto, all’interno del quale il gioco di corrispondenze e legami sottili tra i vari frammenti di vita di Chuck confluiscono in un unico, magico punto, una stanza-cervello-camera oscura in grado di raccogliere, e riprodurre, quell’immenso e accidentato catalogo di immagini (e immaginari, in questo caso cinematografici: difficile non pensare, guarda un po’, di nuovo a Stanley Kubrick e al pre-finale di 2001 - Odissea nello Spazio).
In tutto questo, l’elemento stupefacente del film di Mike Flanagan risiede proprio nella forma della rappresentazione: il Cinema, come la mente, registra e si fa al tempo stesso veicolo di enormi archivi di segni e eventi, realmente vissuti o solo immaginati, e il cineasta americano restituisce l’insieme attraverso una messa in scena quasi dimessa, volutamente televisiva nella sua velata esibizione di set che sono fondali artificiosi, posticci. La stessa macchina da presa, in accordo totale, come si accennava all’inizio, alla morale kinghiana, si aggancia perlopiù ai corpi dei personaggi, ai loro movimenti, alla performance attoriale sempre in rilievo rispetto allo spazio evanescente che viene attraversato. A corredo di ciò, è necessaria una menzione sull’importanza del voice-over, narratore onnisciente, e ripetitore di frammenti del testo originale, che diventa essenziale sia come strumento di sovra-rappresentazione, sia come sorta di doppio perfetto dello stesso Stephen King, mai come in questo caso spirito guida elettivo e supremo dell’opera.

