TRAMA
Una donna trasloca con i due figli in una nuova casa. In attesa che cominci la scuola il tempo a disposizione è molto e gironzolando per la casa i due ragazzi trovano nella cantina una botola chiusa con più lucchetti. Incuriositi dalla novità scardinano i sigilli e trovano un buco che pare non avere fondo. Inavvertitamente hanno scatenato forze oscure e misteriose.
RECENSIONI
Esiste un buco nero che contiene le nostre paure più recondite, un anfratto buio e nascosto dove i nostri punti deboli sono pronti a uscire allo scoperto per ricordarci quanto siamo vulnerabili di fronte all'ignoto. Joe Dante colloca questa pericolosa interfaccia nella cantina della casa di provincia in cui vanno ad abitare i fratelli Dane e Lucas insieme alla madre. Il tema, più che inflazionato, è affrontato in modo piuttosto piatto e prevedibile dal regista americano, che abbandona i temi politici molto presenti nelle ultime produzioni (da La seconda guerra civile americana ai due episodi per la serie televisiva 'Masters of Horror') per un horror tout-court che pare uscire dal baule delle anticaglie. Peccato che di brividi non ci sia ombra, con tutti i buh! annunciati con largo anticipo. Non aiuta il fiacco script, che prova a soffermarsi anche sul contesto sociale in cui si muovono i personaggi (la noiosa vita di provincia, l'assenza degli adulti, la mancanza di stimoli e aspettative che grava sulle giovani generazioni, la scarsa fiducia nel prossimo) ma non risulta mai incisivo o risolutivo. In particolare si fatica a credere alla tranquillità e all'indifferenza con cui i ragazzi si adattano alla strana piega che prendono gli eventi. E se non si spaventano loro, figuriamoci noi. Come spesso accade, poi, gli sviluppi diventano via via sempre più assurdi e implausibili e ancora una volta tutto finisce a suon di sganassoni. La forza della volontà, la capacità di superare le proprie paure, il coraggio, si traducono in una vittoria dove a cavarsela è chi picchia più forte. Decisamente incolori anche gli interpreti. Sul piano visivo Dante gioca al riciclo: il pupazzetto animato proviene pari pari da Poltergeist . demoniache presenze (e più che una citazione sembra proprio un plagio) e i movimenti intermittenti della bambina fantasma 'omaggiano' gli scatti molto più destabilizzanti della Samira di The Ring. Quanto al 3D, si capisce che il film non è stato scritto pensando alla tecnica stereoscopica perché la tridimensione amplifica leggermente la profondità di campo ma non trova applicazioni degne di nota (giusto una pallina lanciata dal piccolo protagonista verso l'alto mentre è sdraiato sul letto). Forse è uno stratagemma per rendere digeribile l'aria retrò che si respira, in ogni caso nulla aggiunge all'opera modesta di un autore fedele a un'idea romantica di cinema come luogo in cui tutto può accadere ma incapace di aggiornare ai tempi (purtroppo anche cinematografici) la sua visione.

Esiste un buco nero che contiene le nostre paure più recondite, un anfratto buio e nascosto dove i nostri punti deboli sono pronti a uscire allo scoperto per ricordarci quanto siamo vulnerabili di fronte all’ignoto. Joe Dante colloca questa pericolosa interfaccia nella cantina della casa di provincia in cui vanno ad abitare i fratelli Dane e Lucas insieme alla madre. Il tema, più che inflazionato, è affrontato in modo piuttosto piatto e prevedibile dal regista americano, che abbandona i temi politici molto presenti nelle ultime produzioni (da La seconda guerra civile americana ai due episodi per la serie televisiva “Masters of Horror”) per un horror tout-court che pare uscire dal baule delle anticaglie. Peccato che di brividi non ci sia ombra, con tutti i buh! annunciati con largo anticipo. Non aiuta il fiacco script, che prova a soffermarsi anche sul contesto sociale in cui si muovono i personaggi (la noiosa vita di provincia, l’assenza degli adulti, la mancanza di stimoli e aspettative che grava sulle giovani generazioni, la scarsa fiducia nel prossimo) ma non risulta mai incisiva o risolutiva. In particolare si fatica a credere alla tranquillità e all’indifferenza con cui i ragazzi si adattano alla strana piega che prendono gli eventi. E se non si spaventano loro, figuriamoci noi. Come spesso accade, poi, gli sviluppi diventano via via sempre più assurdi e implausibili e ancora una volta tutto finisce a suon di sganassoni. La forza della volontà, la capacità di superare le proprie paure, il coraggio, si traducono in una vittoria dove a cavarsela è chi picchia più forte. Decisamente incolori anche gli interpreti. Sul piano visivo Dante gioca al riciclo: il pupazzetto animato proviene pari pari da Poltergeist . demoniache presenze (e più che una citazione sembra proprio un plagio) e i movimenti intermittenti della bambina fantasma “omaggiano” gli scatti molto più destabilizzanti della Samira di The Ring. Quanto al 3D, si capisce che il film non è stato scritto pensando alla tecnica stereoscopica perché la tridimensione amplifica leggermente la profondità di campo ma non trova applicazioni degne di nota (giusto una pallina lanciata dal piccolo protagonista verso l’alto mentre è sdraiato sul letto). Forse è uno stratagemma per rendere digeribile l’ariaretrò che si respira, in ogni caso nulla aggiunge all’opera modesta di un autore fedele a un’idea romantica di cinema come luogo in cui tutto può accadere ma incapace di aggiornare ai tempi (purtroppo anche cinematografici) la sua visione.

Se l’oscurità ti vede, ti uccide. Il problema è che, a un certo punto, è lo spettatore a vedere l’oscurità e il film è come se si suicidasse. È, comunque, un piacere riaccogliere Joe Dante nel genere horror che gli ha dato notorietà (Pirana, L’Ululato, Gremlins) e che, senza ironia, non frequentava da anni. L’idea dello sceneggiatore Mark L. Smith (quello di Vacancy) è buona per un episodio di Ai Confini della Realtà o Storie Incredibili, favola nera edificante per adulti (nel primo caso) e per bambini (nel secondo) ma, almeno finché la trama non svela in modo frontale le sue carte “educative”, Dante fa un ottimo lavoro di paura, fra attese, improvvise apparizioni, mistero. Niente di originale, c’è anche la solita bambina che si muove a scatti alla Samara, ma si è proiettati nel mondo colmo di terrori dei (da) ragazzi e, nel “niente”, il regista è abile nell’inventare la tensione sull’orrore e sul misterioso trauma da cui i due giovani protagonisti stanno fuggendo. Parte di questo fascino sta nel suo essere démodé: Dante, come fece in Small Soldiers, continua a propinare a giovani platee un (il suo) cinema che non c’è più, in questo caso il teen horror movie anni ottanta, con la famiglia borghese con figli problematici, l’amore adolescenziale, una certa iconografia (quando il protagonista fa il Salto nel Buio nella botola pare di essere in un incubo di Freddy Kruger, dove tutto è distorto) e quell’artigianalità (Dante ha voluto interni a grandezza naturale, non effetti digitali). Il tutto perde fascino quando dona un volto artificioso a tale ignoto/niente/oscurità, riducendolo di grandezza per portarlo ad altezza adolescente, invitandolo a “superare la paura” (mostrare perché muore il personaggio di Bruce Dern, forse, avrebbe convinto lo spettatore che di paura si può perire, rendendo l’apologo più efficace): si spezza l’incanto e ci si accorge di una “samara” goffa e mal truccata e di un pupazzo che fa a botte in modo ridicolo.

