TRAMA
L’avvocata Erin Bruner, viene assunta per difendere padre Moore, il sacerdote accusato della morte di Emily Rose, una studentessa che, considerata posseduta dal demonio, sarebbe morta a causa di un esorcismo fallito.
RECENSIONI

Tratto da una storia vera, The exorcism of Emily Rose (grosso successo ai botteghini americani) ha una base molto interessante: l'avvocato agnostico, per far assolvere il sacerdote che difende dall'accusa di omicidio, deve sostenere la tesi della possessione e lo farà servendosi di motivazioni - non religiose o spirituali, ma - antropologiche. L'opera mantenendosi sul crinale realistico e tendendo alla ricostruzione delle vicende attraverso il dibattito in tribunale e le relative testimonianze, da cui poi dipartono i flashback, è pertanto un'inedita via di mezzo tra il film processuale e l'horror (fuori luogo i paralleli con L'esorcista di Friedkin), non rinunciando Derrickson alle convenzioni su cui si fondano l'uno e l'altro filone. Se la fotografia di Tom Stern (gli ultimi Eastwood) è apprezzabile e così l'interpretazione degli attori, purtroppo la rozza regia, sbilanciandosi, casca sui canoni più vieti del film de paura: l'autore punta infatti sulla macelleria e l'effettaccio (oltre che su un utilizzo smodato degli effetti sonori, abuso piuttosto di moda) e, cancellando qualsiasi chiaroscuro e ambiguità, annulla le indubbie potenzialità del soggetto, relegando il film spesso e volentieri nella gabbia dello stereotipo che avrebbe potuto e dovuto evitare. Peccato.

Anche se cita pure Dario Argento, fra Inferno e Suspiria, Scott Derrickson non sa e non può prescindere dall’opera seminale di William Friedkin (torsioni del corpo, latino, varie voci demoniache, urla e bestemmie): l’unica novità, che è poi una palla al piede, è data dal processo a L’Esorcista, che trasforma il tutto in un già visto dramma giudiziario (con Derrickson che prende come nume tutelare Sidney Lumet). Ci si aspettava, essendo ispirato a un fatto realmente accaduto negli anni settanta alla studentessa tedesca Anneliese Michel (filmato, molto liberamente, anche da Hans-Christian Schmid in Requiem nel 2006), un approccio più adulto, filosofico, invece non si sfruttano nemmeno le insite matrici ambigue (spiegazioni scientifiche e quindi omicidio o esoterismo e quindi possessione?), sposando da subito, attraverso i flashback, il soprannaturale con Entity (a differenza di Schmid, che va da tutt’altra parte), e tagliando con l’accetta i personaggi del prete buono e pio e dell’insopportabile pubblico ministero. Il film va preso solo come pellicola di genere, una delle tante varianti horror, in cui la capacità di spaventare è innegabile da parte di regista e sceneggiatore (il Belfagor visto dal prete in prigione, per esempio), che non hanno certo un curriculum impegnato (vengono dalle serie di Urban Legend e Hellraiser), per quanto Derrickson si sia pure laureato in teologia.

