TRAMA
Un direttore d’orchestra ungherese è a Parigi per dirigere il “Tannhäuser” di Wagner con cantanti internazionali. S’innamora del soprano.
RECENSIONI
Nell’allegoria, il pensiero corre immediatamente a Prova d'Orchestra di Federico Fellini: nel microcosmo caustico e grottesco di questi artisti ritroviamo i pregiudizi di secoli di lotte e odi fra le nazioni europee e, ultimamente, fra l'Est comunista e l'Ovest del capitale. L'Arte può librarsi in aria solo se svincolata dagli interessi materiali, dalle lotte di potere che non le competono, dalla democrazia che porta con sé il caos dei burocrati, gli intoppi delle rivendicazioni sindacali. Quando l'opera è corale, ci vuole un dittatore totalitario per portare ordine e disciplina. È anche vero, però, che solo la fiamma di una passione tumultuosa può darle l'anima, l'impeto necessari, per quanto possa essere incontrollabile. L'Elisabetta (l'ideale, l'ordine) e la Venere del Tannhäuser (il desiderio, il caos) di Wagner si contendono l'artista (Niels Arestrup) e, per toccare gli animi (senza orpelli, a sipario calato, con la sola musica del meraviglioso finale), si devono coadiuvare. La narrazione di Szabó, che da sempre ama questa dicotomia e le ambientazioni teatrali, nel portare a termine questo (anche) coraggioso apologo, è un po’ più debole nell’intreccio sentimentale ma si arricchisce di un’ulteriore allegoria, quella del regista cinematografico, autoritario direttore d’orchestra confessore di tutti, diplomatico con tutti, fermo e deciso quando necessario.

