Animazione

SYMPHONY IN AUGUST: SHIBUYA 2002-2003

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Titolo Originale8-gatsu no Symphony – Shibuya 2002-2003
NazioneGiappone
Anno Produzione2009
Durata118'
Sceneggiatura
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Tratto dadall’autobiografia di Ai Kawashima “Saigo no Kotoba”
Scenografia

TRAMA

La sedicenne Ai si trasferisce a Tokyo da sola, sognando di diventare una famosa cantante. Presto scopre che la vita in una grande città è più dura del previsto, e si ritrova a cantare per strada per sbarcare il lunario._x000D_
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RECENSIONI


Ci sono storie vere che risultano fantascientifiche. A renderle tali non è tanto la realtà, quanto il modo in cui vengono raccontate. Narra Ai Kawashima, giovane cantante giapponese (classe 1986), attraverso la sua autobiografia “Saigo no kotoba” (in patria un successo da 300 mila copie), che tutto cominciò spostandosi dalla provincia, la cittadina di Fukuoka, alla metropoli, Tokio, per tentare di diventare una cantante, coronando così il suo sogno personale e quello della madre adottiva. Gli inizi sono ovviamente molto duri, difficile farsi notare, ma Ai non demorde e conquista la fiducia di alcuni ragazzi in stage presso un dirigente d’azienda. Con l’aiuto degli amici, e grazie a una forte determinazione che la spingerà a girare il Giappone esibendosi in più di 1000 concerti per strada, la ragazza ce la farà.


Per raccontare il travagliato percorso, Masae Nishizawa, specializzato in lungometraggi per bambini, si affida a un’animazione abbastanza elementare (il design dei personaggi è quello dei “classici” cartoni giapponesi degli anni ’80 dai movimenti un po’ rigidi) e a una sceneggiatura che mette a dura prova anche lo spettatore più paziente e incline al sentimentalismo. Il racconto prevede infatti una serie di tappe morali in cui la protagonista, novella piccola fiammiferaia, si aggira mesta e tapina ostentando il suo disagio mentre tutti cedono al suo lagnarsi. La fiera dei luoghi comuni edificanti prevede: un industriale che trascorre le giornate parlando di profitto ma appena ode Ai cantare si sente immediatamente puro di cuore, il proprietario del Shibuya Concert Hall che ammirando la forza di volontà della ragazza le offre l’opportunità di tenere un concerto nella sua prestigiosa sala, un gruppo di ragazzi squattrinati e senza lavoro che rinunciano ai propri sogni per realizzare quello di Ai, alcuni vigili insensibili che non la fanno cantare in strada, essendo sprovvista di permesso, ma poi si pentono e andranno a onorarla al concerto, madri ammalate che soccombono al super lavoro a cui sono costrette.


Il tutto inframmezzato da canzoncine per piano e voce, più qualche violino, inneggianti alla speranza e all’amor cortese (le pillole di saggezza sciorinate nei testi prevedono “voglio cominciare il mio viaggio”, “la brezza mi accarezza”, “ci stringiamo le mani”, “il sudore luccica”, “la luce dorata del sole”, “le nostre iniziali sulla lavagna”) e da dialoghi tesi a indottrinare il pubblico (“lei è una tipica rappresentante della scuola giapponese, tiene più alle regole che alle persone”, “Dio protegge i tenaci”). A suon di passaggi ricattatori, melodrammatici e buonisti, finalizzati a esaltare lo spirito collaborativo, la dedizione agli altri, la gentilezza e la disponibilità (c’è pure un appello a favore degli orfani), il successo della gatta morta Ai diventa realtà. Per la gioia più che altro sua. Il problema è che la positività a cui il film ambisce non deriva dalle azioni dei personaggi, purtroppo privati di quelle sfumature in grado di renderli veri e comunicativi. E i buoni sentimenti gratuiti non hanno alcuna credibilità, perché buttati lì unicamente come slogan. Non è che eliminando tutti i lati oscuri si tende al bene, anzi, non si fa che rafforzare il cinismo di chi non ha voglia di farsi ammansire da lezioncine qualunquiste, lontane anni luce dal quotidiano e propinate con una grevità solenne che le rende ancora più indigeste.

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