TRAMA
Il mistero Rodriguez, cantautore statunitense sconosciuto in patria e rockstar nel Sudafrica dell’apartheid.
RECENSIONI

Con Like a Rolling Stone nel 1966 Bob Dylan componeva «un'ode al fallimento, anche se scritta come solo il successo poteva scriverla». Nella patria della ricerca della felicità, «la ricerca del successo è la quintessenza del tragico», e la canzone «decostruiva il sogno americano e democratico della fama e del successo a portata di tutti»: «nella sua brutalità era un riflessione sulle conseguenze della voglia di essere chiunque tranne che se stessi». Dalla parte del successo, Dylan aveva poi dichiarato (1978): «Non esiste successo importante quanto il fallimento... Non si tratta di cercare di avere successo. Solo attraverso l'essere vivi, l'agire, possiamo riuscire. Uno fallisce quando lascia che la morte si insinui e si impadronisca di una parte della sua vita che dovrebbe restare viva» [1]. How does it feel to be on your own with no direction home like a complete unknown?
Sixto Rodriguez (1942), misconosciuto cantautore di Detroit, talentuosa "ombra" della popular music americana [2] - lo Sugar Man del titolo del pluripremiato documentario di Malik Bendjelloul - e, a sua insaputa, icona di un popolo (bianco, liberal) in rivolta contro l'establishment nel Sudafrica dell'apartheid, intervistato nel film sulla sua singolare condizione, (non) risponde:
Intervistatore - Che effetto fa? Non eri al corrente di qualcosa che avrebbe cambiato la tua vita completamente. Probabilmente in meglio.
Rodriguez - Beh, non posso sapere se sarebbe stata migliore, ma è certo un pensiero che, sai...
I - Ma non ti sarebbe piaciuto sapere che eri una superstar?
R - Beh... non so che dire. [3]
Se il progetto di due fan sudafricani di fare luce sul "mistero Rodriguez" («Delle altre rockstar sapevamo ciò che volevamo. Ma di questo tizio non si sapeva nulla. Poi scoprimmo che si era suicidato») è raccontato puntualmente dal documentario, che ripercorre, rievocandone lo stupore dilagante, le premesse e le tappe della loro ricerca conquista dopo conquista - dalla breccia aperta nel 1971 da Sugar Man, trippy song rigata via dal vinile per impedirne la trasmissione via etere, e dal folk "sovversivo" di I wonder, ai blank spaces delle note di copertina dell'album, fino al tour sudafricano del 1998 - il ritrovamento della rockstar, preparato come la rivelazione del "vivo ritrovato tra i morti" («Era come vedere uno come Elvis tornare in vita»), fallisce l'epifania, paradossalmente arretra Rodriguez per celebrare quell'«uno come Elvis» e nega la reale scoperta dell'oggetto dell'indagine.
Introducono il musicista le testimonianze autorevoli ma parziali dei vecchi produttori (Coffey, Theodore, Rowland, Avant, che hanno lavorato, tra gli altri, con Stevie Wonder, Miles Davis, Jerry Lee Lewis): per loro Rodriguez era «il poeta dell'animo della città», l'«artista più memorabile» che «aveva tutti gli strumenti a disposizione», le circostanze giuste per emergere (si esagera però quando si dice che «Dylan non era al suo livello») [4]. Perché non ce l'ha fatta? L'enigma continua a tormentarli, ma la questione del suo fallimento nella democratica patria delle opportunità (quella ossessionata dalle classifiche dove Rodriguez ha venduto forse «sei copie») è presto archiviata e il racconto dell'«incredibile» "altra vi(t)a" sudafricana, «troppo strana per essere vera» (il «ricongiungimento» di Rodriguez col "suo" popolo), palesa uno sguardo finalizzato non tanto alla restituzione oggettiva del reale quanto alla mitizzazione di un rituale di ricongiungimento fra un'immagine e la collettività che l'ha creata, che trova nel film il suo compimento nelle sequenze del trionfale tour del 1998, dove le immagini rimontate degli home video "tagliano via" Rodriguez e relegano la sua musica nel sottofondo sonoro enfatizzante. Confermandosi sguardo unilaterale, il documentario «dà» Sugar Man, compone cioè secondo le coordinate dell'ammirazione una certa immagine fiabesca del musicista, funzionale alla riesumazione della facile morale dell'uomo povero ma ricco, delle seconde opportunità della vita, delle possibilità sterminate dell'umano, appena ridimensionata da certo materiale assemblato dal film, da cui trapela la chiara inquietudine del personaggio (le riprese a distanza della sua vacillante andatura ai margini della strada, i piani ravvicinati che captano i gesti di chi non è a suo agio nel mondo, le gemme melodiche della sua produzione musicale). Resta il sospetto, riconoscendo nella sua figura curva la forma dello «spirito» di una particolare città d'America, l'anima tutta chitarra e solitudine incrociata sulla via archetipica, già romanticizzata da Dylan, del vagabondo americano, che molte domande, nella follia dei days of miracle and wonder, siano state taciute.

