TRAMA
Come elaborare un lutto innamorandosi del responsabile della morte della figlia…
RECENSIONI

Le figure che popolano il quartiere est di Stoccolma odorano di sceneggiato televisivo di media fattura: granitiche, unidimensionali, strette tra tensioni ed emozioni telefonate e tratteggiate attingendo ad un manuale di psicopatologia più che consueto. Il tema forte, già annacquato di recente da John Cameron Mitchell (Rabbit Hole), della perdita e dell'elaborazione del lutto (qui, la figlia della protagonista) è ridotto ad aneddoto e mai affrontato di petto. Lo spettatore tende ad elaborarlo prima ancora della protagonista, e questo distacco, che conduce dritto all’indifferenza per le sorti della donna, la dice lunga sulla scarsa abilità di Simon Kaijser da Silva, qui al suo primo lungometraggio, nel gestire i saperi e dolori. Patinato e appesantito da un accompagnamento musicale ridondante, Stockolm Ostra è stilisticamente affine all'estetica televisiva: primi o primissimi piani, totale assenza di messa in scena su scale più larghe, un montaggio incoerente ed effettistico, capace di inanellare flou e ralenti totalmente ingiustificati nell'arco di due minuti, per poi rinnovare il dispositivo ogni qualvolta la situazione (critica) lo richieda: flashback di momenti topici (l'incidente), agnizioni inverosimilmente tardive annunciate con sotterfugi visivi da soap opera americana riveduta e corretta in chiave Arty.

