TRAMA
Bruce Springsteen, mentre registra l’album Born in the U.S.A. con la band, si isola nel New Jersey per incidere da solo l’album acustico e cupo Nebraska, affrontando depressione e i difficili ricordi familiari.
RECENSIONI
"Ti piace Springsteen?"
"OK non c'è problema"
Zero, Bluvertigo
Nella title track del terzo e ultimo album dei Bluvertigo, Zero, Morgan Castoldi sostiene che una raggiunta maturità pacificata e tollerante dopo i furori partigiani e assolutisti di giovinezza si dimostra smettendo di attaccar rissa con i fan di Springsteen. Perché - spiegava - quando ti formi con David Bowie e la new wave e la sofisticazione culturale e estetica vien naturale vedere i jeans, le canottiere e la schiettezza del Boss come la parte avversa. Crescere significa anche scoprire che Bowie e Springsteen erano amici strettissimi e i rapporti con la new wave dai Suicide a Patti Smith più che radicati. Se la boutade di Morgan è un'iperbole e una brillante provocazione facile da smontare se presa alla lettera, è vero che esiste una faglia - di immaginario, di estetica, a volte di classe - tra gli adepti di un grande autore e performer che si è messo in continuità ed evoluzione rispetto alla linea ortodossa del rock 'n' roll e i punk e new wave boys che, il rock, volevano polverizzarlo. Personalmente - da figlio della new wave, appunto - ho sempre vissuto Springsteen come un artista apprezzato tanto per le doti di scrittore quanto per l'integrità personale per cui provare un rispetto totale che non sconfina in un amore e un'adesione piena ed epidermica, eccettuate alcune canzoni troppo grandi per non essere amate come "I'm on fire" o "Born to run" e il loro incedere ormonale verso l'universale. Poi c'è un album nella discografia springsteeniana che - per me e tutti quelli come me - fa saltare tutte queste considerazioni ed è Nebraska. L'album registrato su un quattro piste durante la grande depressione del 1982 in una camera da letto di periferia è l'oggetto deviante, radicale di una discografia per il suo approccio punk, i suoni sporchi, grezzi, i suoi sussurri e grida. Si tratta di un capolavoro assoluto, uno di quei dischi generati non creati che trascinano verso territori psichici pericolosi e entusiasmanti.
Il film di Scott Cooper tratto da romanzo omonimo racconta in modo lineare la gestazione di Nebraska concentrandosi particolarmente sui motivi contingenti - la crisi da successo, la depressione con cui Springsteen avrà spesso a che fare - e profondi di un ritiro temporaneo. Si inserisce nella linea sempre più affollata di uno dei sottogeneri recentemente codificati più perniciosi: il biopic musicale. Elton John / Rocketman, il Dylan di Chalamet, Bohemian Rapsody e chi più ne ha più metta: non esiste praticamente rockstar o band attualmente nell'età azzurra e nel novero dei venerati maestri che non abbia avuto l'onore di una agiografia. La versione della parabola dei Queen firmata Bryan Singer con la sua messinscena pacchiana, massimalista, anni '80 a servizio di una drammaturgia altrettanto yankee (nonostante la produzione inglese) e fascistoide per cui la trama si riduce a una serie di conflitti e affermazioni e di fatto allo slogan "vincere! e vinceremo!" serve da bersaglio facile, da bellavista di tutti i tarli di un genere fallato, codificato in una forma che è minimo comune denominatore ben più dell'argomento musicale in sé - niente a che vedere, per esempio, con il bellissimo I'm not there di Tood Haynes che, nel 2007, si appoggiava a Bob Dylan per sviluppare discorsi e ipertesti (l'identità franta e frattale quindi Rimbaud quindi...). Il biopic musicale in senso stretto è una delle forme rappresentative del tardo capitalismo e rispecchia la fase terminale del cinema, della produzione culturale e del modello americano/anglosassone. È una forma intrinseca al sistema socioeconomico in cui stiamo annegando innanzitutto perché la sua congestione ha radici estrattiviste: tira, piace, incassa e allora ne facciamo tantissimi così riempiamo le borse finché dura e prima che si esaurisca il filone. Paradossalmente l'appartenenza si nota ancora più in un film come Springsteen: Liberami dal nulla, ben più dignitoso di Bohemian Rapsody, che non si può relegare nella categoria atemporale della "americanata" perché ha il coraggio di un certo rigore e sobrietà stilistica e di una recitazione misurata e empatica per cui Jeremy Allen White, a differenza degli esempi più flamboyant di recenti mimesi di rockstar, costruisce uno Springsteen per sottrazione piuttosto che per somma di manierismi dai quali comunque il film non è assolutamente esente, vedi per esempio le riprese stucchevoli dei concerti con il sudore e le panoramiche sul pubblico.
Diffidare sempre dei biopic quando non sono Andrei Rublev o Sajat Nova o almeno il Saint Laurent di Bonello. Si può sopportare il rischio di passare per snob e comunque ricredersi in caso di eccezioni alla regola. Tutta la stanchezza del biopic e del cinema americano si vede dal riciclo automatico e sclerotico di strumenti esausti, topoi e motivi narrativi canonizzati che traducono una visione del mondo ma non parlano più del mondo: il trauma primario infantile motore universale biografico necessario e sufficiente perché, in fatto di freudianesimo, Hollywood riesce a essere più realista del re; il conflitto perenne tra individuo e ambiente/società (nel caso del biopic musicale l'ambiente sono sempre i discografici); l'eroe senza macchia, il suo smarrimento e la conseguente dialettica risolta sempre e comunque con una rivalsa; il darwinismo per cui tutto - compresa l'integrità artistica - è una questione di farcela (Vincere! E Vinceremo!). La risoluzione del trauma infantile sempre integrale a un conflitto famigliare - se Freud spadroneggia, Deleuze/Guattari e il loro anti Edipo non sono mai approdati a Hollywood - passa da una ricomposizione dell'ordine ancora una volta ottenuta attraverso il farcela. Il padre di Springsteen non è finalmente orgoglioso del figlio perché ha inciso un album seminale e coraggioso come Nebraska: lo vede finalmente solo perché ha fatto i soldi, come un brianzolo qualsiasi. Tutto ciò - nel film di Cooper come nel cinema hollywoodiano standard e specificamente nel biopic musicale standard - non è detto ma sussunto, è un'ideologia mai neppure lontanamente problematizzata, l'acqua in cui tutto nuota. Il realismo capitalista è l'elefante nella stanza che finisce per consumare aria e spazio. Del resto siamo completamente immersi nel regime del Grande Altro lacaniano. Basta il primo cartello che ci conforta e tranquillizza specificando che Nebraska, nonostante tutto, ce l'ha fatta (vincere!): ha raggiunto il numero 3 delle classifiche Billboard! È stato certificato dalla quantificazione capitalista! Springsteen: Liberami dal nulla trova uno dei motivi più originali nell'esibizione cinefila e nell'incapsulamento di spezzoni significativi di film visti da Springsteen: Badlands di Terence Malick, ispirazione dichiarata per l'album, e The night of the Hunter, capolavoro di Charles Laughton che ovviamente serve come schermo proiettivo del conflitto con il paterno. Il risultato non voluto è un confronto impietoso con il cinema americano quando era ancora vivo e esplodeva di produzione di senso e sperimentazione visiva e linguistica. L'attrattore strano e perverso dalle immagini dirompenti quanto un Fritz Lang che inaugurò e chiuse la carriera registica di Laughton, il gesto autoriale del Malick esordiente che aggiunge firma e strade suburbane alla New Hollywood che stava riportando il cinema americano in strada: sembrano passati millenni, è tutta un'altra cosa. Un segno inequivocabile di un impero o civiltà morente è l'esponenziale formalizzazione manierista delle sue espressioni artistiche, il divorzio crescente dal rapporto con la realtà e la contemporaneità. Se il fondamento estetico/ideologico di Hollywood come industria all american è sempre stato la drammaturgia e lo spettacolo piuttosto che la vita, un tempo il cinema americano sapeva essere da un lato ribbon of dream larger than life, dall'altro reagente per le elaborazioni radicalmente addosso alla vita dell'East Coast (Cassavetes, Mekas e tantissimi altri enormi, sublimi cineasti). Ora non si vede né l'una né l'altra cosa, solo un relitto che affonda. Il biopic springsteeniano ha il merito di provarci timidamente seppure rigorosamente all'interno del possibile e lecito, ci risparmia lo spettacolo ma non si libera da una drammaturgia che esprime e incarna tutta la stanchezza di un modo di raccontare. Questa stanchezza dice di una cultura e una nazione esausta e morente mentre si dibatte per durare a scapito della sopravvivenza della specie umana e del pianeta tutto. È un tramonto e un collasso epocale in cui lo specifico artistico e cinematografico finisce per essere una questione completamente irrisoria e marginale. Tornando a Springsteen: Liberaci dal nulla basta riascoltare Atlantic City: "Down here it's just winners and losers and don't get caught on the wrong side of that line (... ) Everything dies, baby, that's a fact".

