Drammatico, Recensione

SOTTO GLI ULIVI

Titolo OriginaleZire darakhatan zeyton
NazioneIran
Anno Produzione1994
Durata103’

TRAMA

Sul set agreste di Dov’è la Casa del mio Amico, il regista cerca i volti per il suo film. Sulla scena, per caso, avvicina un giovane alla donna amata, che non lo considera perché senz’arte né parte.

RECENSIONI

In questo Effetto Notte iraniano, ritroviamo le tre linee portanti del cinema di Kiarostami: il rapporto tra finzione e realtà; l’amore per le personalità genuine; l’approccio neorealistico, inteso anche come cinema che agisce sulla realtà delle classi più povere (coinvolge la realtà contadina e sconvolta dal terremoto, usa il set per riunire due giovani). Racconta una storia nella storia del “dietro le quinte” di un’altra storia, sviluppando la traccia del matrimonio di Hossein in E la Vita Continua che, a sua volta, prendeva le mosse da Dov’è la Casa del mio Amico. Un’idea da cui partire, lasciando agire l’improvvisazione e il lavoro terapeutico della rappresentazione: la ricerca dei volti non professionisti diventa essa stessa il film, reiterando la magia di un cinema che della (sua) povertà fa virtù, esaltando la semplicità (un’estetica di cui si fa portavoce il tenero, innamorato analfabeta Hossein, con espressione mesta indimenticabile) di contro all’elaborazione (l’istruita, smorfiosa sua amata, che viene dalla metropoli come il cinema fatto di sola finzione). Kiarostami tenta, come sempre, di imprimere su pellicola la “vita vera”, intesa come autenticità di emozioni, e lo fa mostrando il cinema al lavoro, affinché sia minimo il divario fra spettatore e realtà filtrata, e fra regista e interpreti colti nella loro naturalezza (gli abitanti del luogo non sono abituati a “recitare”, tendono a dire la “verità”, da cui i ciak infinti di una stessa scena). Estenuanti/appassionanti inquadrature fisse, efficaci espedienti artigianali (la cinepresa montata sulla jeep, per una lunga soggettiva della strada di campagna come in E la Vita Continua), gli amati colloqui in automobile, le continue riflessioni dirette e indirette sul mezzo (la natura voyeuristica del regista, quando alla fine spia i due giovani) e l’infinito campo lungo finale in cui, per un istante, vediamo la giovane voltarsi. Come Wenders, Kiarostami ama più i percorsi della meta, magari a zig-zag come quello già visto in E la Vita Continua (costruito appositamente per il film), un programma di ciò che deve fare il cinema per raggiungere l’oggetto desiderato (la ragazza, il realismo).

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