Azione, Recensione

SOTTO ASSEDIO

TRAMA

Un gruppo paramilitareterroristico attacca la Casa Bianca. John Cale, omonimo del co-fondatore dei Velvet Underground, muscoloso e inespressivo, cerca di salvare il presidente.

RECENSIONI

Emmerich veniva dal suo capolavoro, 2012, e da una diversamente riuscita deviazione dal consueto cinema d’azione, Anonymous. La prova di White House Down era, sulla carta, intrigantissima. L’opinione di chi scrive è, infatti, che il buon Roland sia l’unico regista vivente (l’altro era Tony Scott) in grado di dotare di senso quelle che una volta si definivano americanate. Film grandiosi e pacchiani, refrattari all’approfondimento psicologico e al buon senso, in cui lo spirito americano erompe in tutta la sua autoreferenziale, esemplare, insensata pretesa di superiorità sociale, civile e morale. Insopportabili. Qual è la formula emmerichiana? Intanto, girare da dio. Con inattaccabile senso del ritmo (e dello spazio). E rimuovere chirurgicamente qualunque senso della misura per lasciare che l’accumulo di cliché, esagerazioni e offese all’intelligenza si stratifichino generando senso plurale, buono sia per lo spettatore basico che per quello “semiotico” (si fa per capirsi. Sempre che si capisca. E che ci sia qualcosa da capire). Independence Day e 2012 sono le esemplari esemplificazioni di quanto appena scritto, divertenti e scaltri giocattoloni che si plasmano sul gusto e sull’attitudine di chi guarda. Si può scegliere di leggere le semplificazioni ideologiche come autentiche, ironiche, autoironiche o autocritiche. L’americanata che si deamericanizza o antiamericanizza, come si scriveva altrove. E diventa Emmerichanata, aggiungiamo qui. In White House Down, sorprendentemente, il meccanismo si inceppa un po’. La sceneggiatura – strapagata – è un maldestro remake di Die Hard con rimandi a Air Force One e al diretto concorrente, e quasi coevo, Attacco al potere. Ma ci sta. Non sono queste quisquilie che possono mandare in crisi Roland Emmerich, di solito perfettamente a suo agio in mezzo a cretinate e idiozie di scrittura ma anzi capace di rinvigorirle e polisemantizzarle, come si è già detto. Qui però manca una certa freschezza, anche dialogica (da confrontare con la spigliatezza di 2012), e l’ironia, invero molto presente, è univoca e unidirezionale, non lasciando scampo né comodi margini sovrainterpretativi. Il Presidente con le Air Jordan è il Presidente con le Air Jordan e dovrebbe, ipso facto, “intrattenere”, senza se e senza ma. Il Presidente di Independence Day che si mette a pilotare i caccia contro gli alieni era, per converso, il Presidente che si mette a pilotare i caccia contro gli alieni ma anche un parossismo di scrittura col quale ridere e del quale ridere in egual misura. Chiude il cerchio di un film sbagliato l'aspetto puramente tecnico che lascia, di nuovo, inopinatamente perplessi. La prima esplosione digitale del film è un pasticcio da produzione Asylum e prepara a un alternarsi di scorci adeguati e inadeguati al tipo di produzione. Con lo stesso Emmerich che ci mette del suo: ci sono sequenze in cui regia e montaggio sembrano parlare lingue diverse e altre malamente concepite e realizzate (l'inseguimento in auto intorno alla fontana sconfina nel Benny Hill Show). E se si pensa all'adamantina, esaltante, primordiale spettacolarità di 2012 si fa fatica a capacitarsi. Attendiamo con rinnovata fiducia l'annunciato dittico ID Forever (I e II) e speriamo bene. Forza Roland.

Sin dalle prime battute, è evidente che la sceneggiatura di James Vanderbilt è Basic (il film di John McTiernan è un suo parto), terreno fertile per la grossolanità di Roland Emmerich il cui cinema, che con la Casa Bianca ha spesso a che fare (da tedesco adottato dagli Stati Uniti, è più patriottico di un oriundo e si diverte a metterla in pericolo quale simbolo della democrazia), scivola sempre rovinosamente su psicologie e motivazioni ad agire, più portato a segni spettacolari esteriori, movimenti di massa, grandi cataclismi (in tutti i sensi). Vanderbilt andrebbe fischiato (insieme a tutti quelli che hanno creduto nel suo lavoro) anche per la sequela di stereotipi all’ennesimo riciclaggio, fra protagonista che deve dimostrare alla figlia di essere un prode e redimersi come (ex) marito, consueta solfa sull’eroe per caso che rovina i piani ben congegnati dei criminali (Trappola di Cristallo e il suo figlioccio Trappola in Alto Mare reggono le fila degli epigoni), disegno pittoresco dei villain di turno, colpo di scena finale dove quello che meno t’aspetti è il traditore e, per finire (altrimenti andrebbe elencata ogni scena), l’orologio da taschino che “resuscita” il morto. In altri film, Emmerich con l’ironia riusciva a rimediare all’inverosimiglianza, potenziandola con la veste del simpatico giocattolo. Non qui: avendo a che fare con la politica, il film indossa una serietà di fondo che, affidandosi a un thriller anche sanguinario, è ancor più indigesta. L’unico elemento che salva l’opera dagli abissi della bruttezza è proprio il messaggio politico di pace, quello che accusa le multinazionali che fabbricano armi. Siccome vedere la Casa Bianca sotto assedio è un’ideona, Hollywood ha sfornato, lo stesso anno, un film simile, Attacco al Potere.

Spietati - Recensioni e Novità sui Film