Drammatico, Fantascienza, Sala

SHEEP IN THE BOX

Titolo OriginaleHako no naka no hitsuji
NazioneGiappone
Anno Produzione2026
Durata126'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

In un Giappone nel futuro prossimo, due anni dopo la morte di loro figlio, i coniugi Kōmoto adottano Kakeru, un androide dalle fattezze del loro bambino.

RECENSIONI

Una coppia supplisce al figlio morto con un avanzatissimo robot sostitutivo. Chi sospetta una certa mancanza di originalità ha ragione due volte: da un lato perché, ovvio, una traccia narrativa del genere non è esattamente “nuova” o “inedita”, ma dall’altro perché lo stesso Kore-Eda, già diciassette anni fa, aveva girato Air Doll, film con protagonista una sorta di bambola gonfiabile. Se però il film del 2009 era molto urbano e totalmente contemporaneo, questa nuova opera è ambientata in un futuro tanto vicino da sembrare, vista la rivoluzione introdotta dall’intelligenza artificiale, pressoché indistinguibile dal presente. E che Kore-Eda, mago dell’orizzontalità narrativa, esibisca una visione metastorica pressoché circolare non sorprende di certo: Sheep in the Box sembra effettivamente suggerire che tanto più da gigante sono i passi della tecnologia, quanto più torniamo in braccio alla natura anziché separarcene.
Urbano, in effetti, il film non lo è per nulla. Niente solitudine metropolitana come in Air Doll: marito e moglie vivono in un paese piccolo, immerso nel verde in campagna, e con non pochi personaggi di contorno. Tutti più o meno decorativi (soprattutto gli accenni intergenerazionali), o quantomeno con una funzione tutto sommato meno importante del legno, proprio inteso come materiale che in sé ha la potenzialità per connettere tecnica e natura. Non è infatti il racconto a essere importante. Come spesso in Kore-Eda, il movimento della narrazione si autocancella: i tentativi del padre di gettare un ponte tra il prima e il dopo la sostituzione (si reca sul luogo dell’incidente mortale del figlio insieme al sostituto per vedere se ci sia qualche “déjà-vu”) falliscono in pieno, e il conflitto tra le due diverse “linee parentali” tenute da marito e moglie si sgonfia di botto davanti a un evento teoricamente di maggiore impatto (la comunità parallela, e poi transfuga, degli androidi, cui finisce per aggiungersi il figlio), ma che viene pure quello emotivamente silenziato, tenuto a temperatura drammatica appena percettibile.

Se nessuna delle piste narrative sembra contare davvero, perché tutte sembrano scontrarsi con l’orizzontalità del racconto, fluido ma privo della minima scossa, e se tutto è già stato raccontato in primis dallo stesso Kore-Eda, dov’è il film? In buona sostanza, Sheep in the Box è una scusa per far vedere la casa dei protagonisti. La “storia” è insomma un pretesto affinché il fulcro vero del film, che è l’architettura, possa farsi oggetto di osservazione da più angolature (come ovviamente deve esserlo un oggetto architettonico). La convergenza tra tecnica e natura, il racconto non ci prova nemmeno a farle incontrare in modi che non siano quello della falsa pista, l’accenno appena abbozzato, o ben che vada il tassello di un mosaico concettuale la cui composizione è tuttavia perfettamente irrilevante, perché la quadratura del cerchio di quella convergenza è immediatamente manifestata dall’architettura (mestiere peraltro della moglie, mentre lui è muratore). È un film fatto per lasciare che il racconto scivoli via come i suoi sinuosi movimenti di macchina, affinché ci si concentri su ciò che è davvero importante: su quella casa, come si integra all’ambiente intorno e come in certo modo lo accoglie dentro; su quei piani sfalsati comunicanti che danno su un vuoto centrale (senza ringhiere!); sull’eterogeneità di quei materiali a basso impatto ambientale senza rinunciare a una certa geometrica “nobiltà”; su come entra la luce; sull’alleanza stretta tra bianco e colore.
Abbastanza per farci un film? Questo dipende davvero dai gusti individuali. Ma è comunque un oggetto curioso, cui dare una chance.

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