TRAMA
Paolo Marra ha ucciso la propria moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a se stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L’uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi.
RECENSIONI
La linea dell'arabesco
«In Italia la linea più breve tra due punti è l'arabesco». Più ancora della celebre situazione grave ma non seria, è forse quest'altra intuizione di Ennio Flaiano a offrire la chiave migliore per entrare in Serpenti. Perché il protagonista Paolo Marra una linea retta ce l'avrebbe: ha ucciso sua moglie, vuole confessare, essere arrestato, pagare. Causa ed effetto, colpa e pena. Un ordine morale prima ancora che giudiziario. Ma nell'Italia immaginata da Roberto De Paolis insieme a Fabio e Damiano D'Innocenzo, ogni linea finisce per curvarsi. Paolo entra così in un commissariato romano, convinto che da quel momento il suo destino sia già scritto. Vorrebbe consegnarsi alla legge, ma è la legge a sottrarsi continuamente a lui. È Kafka rovesciato: non più un uomo schiacciato da una Legge inaccessibile, ma un colpevole che tenta disperatamente di entrarvi e viene respinto sulla soglia. Il processo non è una condanna incomprensibile, ma qualcosa che Paolo deve quasi implorare perché abbia inizio. Intorno, un poliziotto si rifugia nelle procedure, un avvocato trasforma i fatti in materia malleabile e sarà paradossalmente una cartomante a suggerire l'unica logica possibile dentro un mondo che sembra averla perduta. Qui Serpenti trova la sua intuizione più feroce. Il femminicidio non viene negato: viene progressivamente privato del proprio peso. L'assassino continua a ripetere ciò che ha fatto mentre tutto ciò che lo circonda sembra impegnato a ricondurre l'irreparabile dentro l'ordinario. La deformazione grottesca non inventa un altro mondo: esaspera questo fino a renderne visibili le rimozioni. Anche per questo la donna uccisa rimane fuori campo. La sua assenza produce un vuoto attorno al quale tutti continuano a parlare, interpretare, contrattare.
Serpenti si assume così un rischio interessante: mostrare quanto facilmente la vittima possa scomparire due volte, prima fisicamente e poi simbolicamente. Restano Paolo, il suo tormento, la sua rabbia, il bisogno che qualcuno riconosca la colpa. Leonardo Lidi traduce questa tensione in una fisicità trattenuta, facendo del corpo stesso di Paolo il luogo in cui una colpa senza conseguenze continua ad accumularsi. De Paolis costruisce intorno a lui un film molto più stilizzato rispetto a Cuori puri e Princess: corridoi, stanze e non-luoghi diventano le quinte di una tragicommedia quasi teatrale, abitata dalle caratterizzazioni debordanti di Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino. A tratti, però, il meccanismo mostra troppo chiaramente i propri ingranaggi: la successione degli incontri e dei pezzi di bravura rischia di trasformare il paradosso in dimostrazione, lasciando intravedere la tesi prima della sua conseguenza. Ma è proprio quando smette di funzionare soltanto come congegno che Serpenti diventa più inquietante. Paolo non cerca un'assoluzione. Cerca una condanna. Ha bisogno che qualcuno gli restituisca la gravità di ciò che ha fatto, che esista ancora un ordine capace di chiamare un crimine con il proprio nome. Il vero paradosso non è allora che un assassino voglia essere arrestato. È che, nel suo disperato tentativo di trovare una pena, finisca per apparire come l'ultimo personaggio rimasto a credere che quella morte debba necessariamente avere un peso.

Incipit. Press Start. Non è la gamification universale del tempo in cui l’uscita di GTA VI arriva quasi al punto di fermare il mondo e di interrompere - magari fosse! - i conflitti in corso, ma quella più modesta di un passato recente, delle mattonelle con i tasti che ancora venivano chiamate telefonini, con un piccolo schermo verde in cui un esserino squadrato e lineiforme procedeva tagliando angoli retti e costruendo inesorabilmente, con le proprie azioni, la trappola che lo avrebbe portato alla perdita della libertà di movimento e alla definitiva rovina.
È questo il motivo per cui il film si intitola Serpenti? Niente autorizza a pensarlo, ma nemmeno lo vieta.Andando oltre, c’è un uomo che parla alla quarta parete mentre la sua mano si separa dalla fissità del resto del corpo e si agita aritmicamente sul tavolo, rimandando a un mondo interiore fatto di senso di colpa e di inadeguatezza, ma anche dell’incapacità del soggetto di spiegarsi a se stesso e del bisogno di liberarsi di un malessere, una volta e un’altra ancora, costi quel che costi. I serpenti del titolo sono dunque frutto di una allucinazione zooptica indotta da una psicosi? Forse sì, e forse sarebbe liberatorio poterlo affermare.
E allora non resta che indossare l’abito migliore, come per andare a un grande debutto, a un sacramento, a un rito solenne. Denunciare il proprio crimine e chiedere di scontare la pena dovuta: lineare come un rettilineo di Snake.
Ma dove il film potrebbe finire, invece inizia: di qui si srotola una narrazione che sta fra la grande commedia italiana e il teatro dell’assurdo, espressione della poetica generale di un’epoca della sfigurazione, della morte del divino, della sparizione del sacro e dell'oscuramento del senso. Dopo Dostoevskij e Nietzsche, il mondo alla deriva, sganciato dalla catena del sole perché slegato dal fondamento. Nell’assurdo comico, metafisico, kafkiano, tra la ricerca di una conclusione e i continui rinvii, che traducono plasticamente la generale insensatezza e che i guru della performance e i sacerdoti della psicopolitica bollano come la quasi impronunciabile - benché onnipresente - procrastinazione. Un kafkiano non di Kafka, perché il mondo ordinario non è stato colpito da un asteroide che ha fatto saltare i circuiti della produzione logica dei modi di vita civile: il mondo è sempre lì, ognuno fa ciò che deve fare, ciò che ci si aspetta che faccia, e non è successo niente, a parte - forse - un crimine orribile. È il kafkiano non di Kafka, dunque, ma di Saramago, in cui la realtà resta perfettamente identica a se stessa, ma si mette a girare a vuoto, spargendo scarti della comunicazione, incoerenze e incomprensioni. Game over. Ripartiamo da prima dell’inizio.
«La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria»: i Nostri ci fanno sapere in esergo, mettendosi sotto l’egida del santo protettore laico degli sceneggiatori italiani, Ennio Flaiano. Ma di quale situazione parla il film? Non quella del periodo a ridosso del cosiddetto Miracolo economico e della mutazione antropologica poi stigmatizzata da Pasolini, e nemmeno quella che l’autore del Diario notturno vedeva più propriamente come situazione atemporale connaturata con l’italianità: è il Belpaese di oggi, con la sua brava gente. Accade così, come nella Sin City del cinecomic di Rodriguez e Miller, pur con tutt’altre atmosfere, che la gerarchia dei crimini sia stravolta e che la certezza della pena riguardi reati irrilevanti. Procedendo da una sala all’altra di un commissariato che funge da palcoscenico di questa pièce minimalista, con una messinscena rarefatta e solo ravvivata da inserti da videoart nelle pause e negli snodi tra un episodio e l’altro, ben distante dalla sontuosità espressionista e barocca del Processo di Orson Welles: il film, piuttosto, è accostabile tematicamente, per l’impasse dell’apparato giudiziario, all’Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, mentre la rigidità dell’impianto può far pensare al Roy Andersson di Canzoni del secondo piano. Ogni sala del circoscritto teatro del mondo dove si svolgono le vicende è spoglia ma adornata dalla presenza scenica costante del crocifisso che, come l’albero secco di Aspettando Godot, dovrebbe rimandare a un’ulteriorità, ma il timore è che ormai rimandi solo a se stessa. Nemmeno la lettura delle eleganti figure dell’antico mazzo Visconti-Sforza riesce a condurre a un esito se non per incidente, dato che l’ultimo Arcano, l’Appeso, non viene nemmeno letto al consultante…
Roberto De Paolis Maino dirige con mano ferma, tenendo la barra sull’essenziale e permettendosi qualche libertà quando è il momento. Leonardo Lidi offre una performance ricca e versatile, costruendo il suo personaggio su un crescendo di microespressioni. Alessandro Borghi e Pietro Castellitto portano in scena due maschere irresistibili, di altissimo livello: uno è l’agente che potrebbe rispettosamente chiederti se sei single mentre stai dettando la tua denuncia, l’altro un Saul Goodman wannabe della periferia romana, che cerca il colpo di fortuna con i Gratta e vinci. Valeria Golino tiene efficacemente una nota dissonante, impersonando uno scalcinato rifacimento della Marlene Dietrich de L’infernale Quinlan. I gemelli D’Innocenzo, non meno dei gemelli Derrick di nipponica memoria, con il loro contributo alla scrittura del film realizzano una folgorante Catapulta infernale, forse con il limite di una eccessiva schematicità degli episodi.
Ma quindi perché il film si intitola Serpenti? A questo punto viene da rispondere: perché no?

