DISNEY+, Horror, Recensione

SEND HELP

Titolo OriginaleSend Help
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2025
Genere
Durata113'
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Linda Liddle lavora in una compagnia il cui presidente, Bradley Preston, è recentemente subentrato al padre dopo la sua morte. Nonostante quest’ultimo avesse promesso a Linda la promozione a vicepresidente, Bradley decide di affidare l’incarico ad un altro suo collega.

RECENSIONI

Dopo la trilogia di Spider-Man, Raimi, con Drag Me To Hell (2009), tornò al (relativamente) piccolo film personale, pienamente riconoscibile come suo nella commistione tra horror e slapstick comedy, in cui il gusto per il cattivo gusto e il parossismo splatter si mescola(va) alla risata amara e al sottotesto politico. Oggi, dopo l’uno-due tripla A di Oz e Dr. Strange, Raimi fa più o meno la stessa cosa con il ritorno al piccolo film personale Send Help che non è, tecnicamente, un horror puro (manca l’elemento soprannaturale) ma nondimeno mescola elementi horror e slapstick, cattivo gusto, derive splatter, humour nero, risate amare e sottotesto politico. Da quest’ultimo punto di vista, tra i due film ci sono anche alcuni punti di contatto: protagonista femminile schiacciata dalle spietate richieste del capitalismo, da vittima diventa, più o meno volontariamente, carnefice (una, pur di fare carriera, rifiuta di concedere la proroga del mutuo a un’anziana rom, l’altra si vendica del capitalismo patriarcale e antimeritorcratico incarnato dal suo capo). Con una differenza: le colpe di Christine Brown erano più esplicite e benché fosse il tritacarne del sistema bancario a indurla in tentazione e farla comportare da stronza, sembrava avere meno alibi (bella, benestante, sostanzialmente privilegiata); l’altra, Linda Liddle, è bruttina, trasandata, sola e vessata (i colleghi maschi ne sfruttano le capacità senza riconoscerle i meriti, non ottiene la promozione per i capricci del nuovo CEO), quindi i suoi comportamenti - sempre più estremi e schiettamente criminali - sono come sorretti da una giustificazione di fondo.
Cambia, infatti, anche la “morale della favola”: relativamente semplice in Drag Me To Hell (Christine viene punita), ambigua in Send Help: Linda viene assorbita dal Sistema che fino a quel momento l’aveva schiacciata e ne diventa, in un certo senso, parte. Questa ambiguità, che emerge progressivamente per poi cristallizzarsi nel finale, è forse la componente più interessante del film perché problematizza il posizionamento dello spettatore, che da un certo punto in poi non sa più da che parte schierarsi e rimane privo di coordinate morali intelligibili. Roba già vista molte volte, ovviamente, ma nondimeno interessante perché capace di restituire la problematicità con la problematicità. Ok. Ma il resto? A Sam Raimi vogliamo più o meno tutti bene. E’ uno di quei nomi/numi circondati da un affetto cinefilo tale che spesso porta a guardarlo con (fin troppa) benevolenza, a chiudere un occhio o due, a perdonargli più o meno tutto. In poche parole: a perdere obiettività. Obiettivamente parlando, mi sembra di poter dire che Send Help contenga sì sequenze interessanti (e divertenti) ma che complessivamente sia un film piuttosto debole e schematico: ci sono buone idee registiche tirate per le lunghe (la sequenza in cui il CEO osserva schifato Linda che sta mangiando, giocata prevedibilmente su campo/controcampo/dettagli), altre efficaci ma risapute (il disastro aereo, che non ha “nulla di speciale” se non un po’ di humour nero), altre ancora ricevibili solo come marchi di fabbrica di cui si parlava in apertura (la caccia al cinghiale splatter, con un digitale povero e - non si capisce quanto volutamente - straniante), con aggiunta di gag vagamente divertenti (la falsa castrazione). Per il resto, si naviga nell’ordinario e, fondamentalmente, nel superficiale.
Send Help è probabilmente un film per quelli che una volta si chiamavano boomer (e i boomer sono forse gli unici che usano ancora la parola boomer), nostalgici innamorati di Raimi e del suo B-Cinema povero e apparentemente libero, baluardi di una retroguardia cinefila che difende i suoi paladini storici e se li fa piacere più del dovuto. Tutto legittimo, tutto anche “bello”, da un certo punto di vista, ma io ho probabilmente varcato le colonne d’Ercole della senilità interiore e diciamo che, obiettivamente e sinceramente parlando, questo film mi è piaciucchiato il giusto, tra accenni di imbarazzo e qualche sparuto sbadiglio.

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