TRAMA
Due uomini d’affari senza scrupoli gestiscono una multinazionale in cui lavorano sia un giovane ingegnere idealista che una cinica presentatrice televisiva. Le strade dei due sono destinate a incontrarsi.
RECENSIONI
Dalla Malesia con furore
Finalmente un film che trasuda pura follia, fuori dagli schemi, che non si limita a compiacersi della propria originalità e in molte sequenze davvero spassoso. La storia gioca sul contrasto tra due dipendenti di una multinazionale: lei è la cinica conduttrice di una trasmissione televisiva dedicata all'arte che deve però riciclarsi come ideatrice di un reality show; lui è invece il valente ingegnere che ha inventato una macchina per trasformare la soia e rifiuta di inserire un dispositivo che causa automaticamente un guasto allo scadere della garanzia. Al di là della storia, però, ciò che conquista fin dal prologo, che ironizza in chiave pulp su festival e film d'autore (che sia Tsai Ming-liang l'obiettivo delle critiche?), è lo stile dissacratorio del trentottenne Yeo Joon Han, al suo primo lungometraggio dopo la Menzione Speciale ricevuta al Festival di Venezia 2006 per il cortometraggio "Adults Only". Tutto è infatti allegramente sopra le righe, ma con consapevolezza e grande controllo. Nella presentazione dei due dirigenti della multinazionale, poi, fa capolino addirittura il musical, con belle canzoni (a cui ha collaborato anche il regista) che arricchiscono di ulteriore brio la già piacevole narrazione. E così, tra mostruosi reality basati sulla morte in diretta di malati terminali, esorcismi per scacciare lo spirito sognatore di chi ancora crede negli ideali, gag (non sempre originalissime) che funzionano anche decontestualizzate, si arriva a una conclusione un po' moscia che vorrebbe coniugare il lieto fine con la riflessione amara. Il divertimento ha quindi una fase di stallo nella seconda parte, che gira meno oliata e con meno idee brillanti, ma fa piacere che dall'oriente non arrivi l'ennesimo film pretenzioso tutto disperazione, miseria e ipnosi, ma un caustico e colorato musical capace di essere abbastanza incisivo senza tediare. Poi, lo sappiamo che tutto è in vendita e la mercificazione del dolore è sotto i nostri occhi nei telegiornali di ogni giorno, ma qualcuno che ironizza con leggerezza su un tema usurato ma forte ha forse modo di incuriosire maggiormente rispetto a chi si accontenta di trovare rifugio nel proprio ego.

Supersupermarket
Il primo lungometraggio di Yeo Joonhan, già menzione speciale a Venezia 2006 per il suo corto Adults Only, è una delle sorprese più piacevoli della Mostra di quest’anno per le numerose soluzioni formali originali che presenta, all’interno di una ricerca estetica mai fine a se stessa. Sell out è un susseguirsi di trovate nelle quali forma e contenuto sono in rapporto di perfetta equazione: la forma per Joonhan non è lo strumento per esprimere un concetto, ma piuttosto il concetto stesso, un’istanza autonoma produttrice di senso. E’ così che il regista investe di significato tutte le componenti dello strumento cinematografico, innanzitutto l’audio: non solo con le canzoni, che pure hanno tanta parte nella costruzione dell’impalcatura armonica dell’opera, ma più in generale lavorando sul volume che, per esempio, permette di trasformare le discussioni tra dirigenti industriali in vuote serenate che si cantano l’un l’altro e che non vale la pena restare ad ascoltare; l’immagine, in senso metacinematografico, cui è affidata la critica a diverse modalità di rappresentare il reale, quelle che ne mettono in luce il grigiore del quotidiano riproducendolo tout court, e quelle che invece lo sfruttano per farne spettacolo, ovvero merce; in terzo luogo il piano narrativo, che di soluzioni significative è molto ricco e delle quali scegliamo a titolo esemplificativo lo sdoppiamento di Eric che riproduce il conflitto tutto interno all’uomo tra pragmaticità e fantasia, tra compromesso e ideale, tra il limite e il suo superamento.
Tramite le scelte formali, dunque, Joonhan delinea un affresco ironico – fino ai limiti del grottesco – e graffiante di un’umanità ancora viva (nei personaggi di Eric il Sognatore, del primo fidanzato di Rafflesia e in parte in Rafflesia stessa) ma destinata a soccombere o a nascondersi – autocastrandosi – in maschere prefatte, in nome del nuovo Assoluto, ovvero il Mercato e le sue leggi. Tutto è in vendita e il mondo diventa una sorta di supermercato globale; la stessa multinazionale Fony, presso cui lavorano sia Rafflesia che Eric, non è un’azienda tra le tante, ma è un organismo in grado di dominare ogni aspetto della vita dell’uomo – si veda la sequenza inquietante di cartelloni Fony che pubblicizzano canali televisivi, vestiti, viaggi, elettrodomestici e quant’altro – molto più di qualsiasi potere dello Stato: nella Malesia di Sell out non c’è Altro aldilà della Fony e tutto ciò che rischia di evadere dal Sistema non ha spazio per esistere.
Joonhan vuole però lasciarci un finale in un certo senso aperto, conservando fino all’ultimo fotogramma quel margine di ambiguità che sin dall’inizio è costitutivo del personaggio della protagonista: Rafflesia, grazie anche alla splendida interpretazione di Jerrica Lai, ha molte facce, è arrivista e tormentata, sognatrice e pratica al tempo stesso e per questo umana. Allo stesso modo – e costituiscono indizi in questo senso sia la canzone che Rafflesia canta alla fine, sia la scomparsa non cruenta di Eric il Sognatore – Jonnhan sembra voler dare all’uomo ancora la possibilità di affermare se stesso, di continuare per lo meno a far sentire la propria voce.
Intervista a Yeo Joonhan, Jerrica Lai e Peter Davis – Regista e interpreti di Sell out!
a cura di Francesco Di Lella
Nella prima scena del film sembra esserci una rappresentazione satirica di certo cinema d’autore orientale. Quali sono i tuoi legami con quella tradizione cinematografica?
Yeo Joonhan: La tradizione cinematografica orientale è una realtà composita: non è fatta solo di film d’autore, ma anche di opere popolari, per esempio quelle sul kung fu; io cerco di realizzare un cinema che stia a metà, che coniughi le esigenze del pubblico alle mie.
Riguardo al cinema di oggi, invece: per gli europei non esperti di cinema credo risulti difficile distinguere i caratteri delle diverse cinematografie dell’Estremo Oriente; tu che ne pensi? Credi che esista un’identità complessiva del cinema dell’Estremo Oriente? E ti senti vicino in modo particolare a qualche autore contemporaneo?
No, penso di no. Credo che il cinema dell’Estremo Oriente sia costituito da molte identità diverse tra di loro. Per quanto mi riguarda, quando faccio film tento di esprimere me stesso, di lavorare in modo originale, quindi non riesco a sentirmi particolarmente vicino a nessuno. Ci sono, certo, dei maestri che mi hanno influenzato: Woody Allen, su tutti.
E’ il tuo primo lungometraggio. Com’è la situazione in Malesia per i giovani che aspirano a fare questo lavoro?
Non è una situazione facile. Bisogna distinguere però tra chi vuole fare video o brevi cortometraggi e chi invece aspira a realizzare un vero e proprio film. Nel primo caso non ci sono grandi problemi e se si è fortunati si riesce a inviare un proprio lavoro in un festival internazionale e a vincere un premio, come è capitato a me; nel secondo caso invece le difficoltà sono molte: non c’è piena libertà creativa e bisogna, almeno in parte, adeguarsi alle esigenze produttive. Io sono stato però molto fortunato perché, dopo il premio a Venezia a Adults only, due anni fa, hanno accettato di produrre Sell out senza nemmeno leggere la sceneggiatura, quindi può essere che ora sono in pericolo di morte…
Quindi secondo te nemmeno l’arte può costituire un’alternativa al mondo che nel tuo film metti in scena, un mondo in cui, come si evince dal titolo, tutto è in vendita, persino i sentimenti o le ultime parole prima di morire?
No, credo di no. O meglio, non lo so. Certo è che il cinema è fortemente legato a un sistema produttivo rigido. Se si vuole realizzare un progetto bisogna adattarsi alle linee guida delle case produttrici, quindi in un certo senso, almeno in parte, ci si vende. Anche perché bisogna pensare che in Malesia il mercato cinematografico è destinato soprattutto all’interno. Ripeto, Sell out, per tante cose, è forse un caso a parte.
Come nasce, per te, un film? Immagini, idee, storie, brani di dialogo, canzoni?
Non penso che un film nasca da uno solo di questi elementi; ogni tanto mi viene in mente un’immagine, ogni tanto un’idea; il film è il risultato di tutto questo messo insieme. Poi tra l’altro credo che ogni film abbia una sua genesi.
Nel tuo film l’ironia ha un ruolo fondamentale, mi sembra. Cos’è per te l’ironia?
Penso che sia l’unico modo per sopravvivere, per salvarsi. Nel film ho cercato di esprimere una visione ironica del mondo quanto più totale possibile; credo che solo l’ironia ci possa essere d’aiuto nell’affrontare la nostra condizione umana e soprattutto la morte. E credo che uno degli strumenti migliori con cui realizzare questa visione, nel film, sia la musica: le canzoni hanno proprio questa funzione.
Il tema centrale nel tuo film è il rapporto tra realtà e rappresentazione: mi sembra ci sia la critica da un lato a modalità di rappresentazione che riproducono la banalità del quotidiano, e dall’altro a modalità che invece manipolano in maniera spregiudicata la realtà per stimolare i sentimenti più elementari negli spettatori. C’è la possibilità per l’arte, per il cinema in particolare, di essere autentica rappresentazione del reale?
E’ già difficile essere reali, per me, figuriamoci rappresentare la realtà. Quando si prova a farlo il rischio di cadere in una rappresentazione piatta è, appunto, molto forte. Credo che il legame tra realtà e arte sia molto complesso; un bel quadro può essere realistico, ma nell’arte ci sarà sempre una perfezione che nella realtà è assente. Lo scopo del mio cinema, che non considero arte, non è tanto rappresentare la realtà, ma piuttosto divertire; sono davvero contento quando alla proiezione di un mio film gli spettatori ridono e sono felici.
C’è un punto nel film che non mi è chiaro: l’esorcista non riesce a far sparire Eric il Sognatore. Cosa significa? E’ necessaria la propria volontà per uccidere la parte positiva che c’è in noi?
Si, credo di si. Nella società orientale è davvero molto forte la pressione a fare qualcosa di concreto e ad annullare la parte sognatrice, libera che c’è in noi; io stesso, prima di iniziare a fare il regista, mi sono laureato in giurisprudenza e ho lavorato per due anni nel campo del diritto. Nonostante questo credo che ci sia bisogno del nostro assenso perché la parte sognatrice muoia. Eric il Pratico sente molto questa pressione e forse dopo la scissione dal Sognatore è anche meno in grado di sopportarla; eppure tutti i tentativi dei dirigenti di Eric di uccidere il Sognatore risultano vani; solo quando il Pratico decide di sacrificarlo per “comprare” l’amore di Rafflesia, il Sognatore muore, o meglio, scompare.
Domanda d’obbligo: che ne pensi del cinema italiano?
Amo Fellini, Antonioni e Benigni che mi ha influenzato molto. Non ho visto i film degli ultimi anni, da Nuovomondo a Gomorra e Il divo, che hanno avuto successo all’estero, perché in Malesia arriva molto poco.
Jerrica, per definire il tuo ruolo di conduttrice televisiva senza scrupoli, ti sei ispirata a qualcuno in particolare? A qualche star della TV malese?
Jerrica Lai: Il principale rischio che il personaggio di Rafflesia presentava era che poteva sembrare una semplice “puttanella”; è stato difficile per me tentare di renderlo umano, in modo da farlo essere comunque vicino agli spettatori; così ho preso diversi elementi da più persone che conosco in modo da dare a Rafflesia una dimensione problematica. Infatti non la vediamo solo mentre passa le ore in attesa che i personaggi del suo programma tirino le cuoia, ma anche in situazioni per lei più difficili: quando è sola o imbronciata, o quando si sente poco riconosciuta dai suoi superiori.
Com’è stato lavorare in questo film? Avevate altre esperienze nel cinema?
Peter Davis: Per me è stata la prima volta ed è stata una cosa del tutto inaspettata. E’ stato sicuramente difficile, soprattutto cantare. Per il film ho preso delle lezioni e all’inizio il mio maestro mi diceva: “Tutti possono imparare a cantare”. Dopo qualche lezione ha cambiato idea.
Però poi nel film canti bene.
PD: Meraviglie della tecnologia… Comunque è stata una bellissima esperienza.
JL: Io avevo già lavorato con Yeo nel suo corto, quindi con Sell out ho avuto la possibilità di continuare un percorso già iniziato e trovo che poter crescere assieme, lavorando, sia una cosa molto bella. In ogni caso stare sul set con Yeo è sempre molto divertente anche perché lui coinvolge chiunque nel film: se cammini per strada con lui e gli dici che ti occupi di qualcosa che può avere vagamente a che fare con quello che sta facendo sei subito coinvolto.
E non hai avuto nessun problema?
Si per me l’accento è stato il principale problema. Ho un accento malese molto marcato e quindi recitare in inglese è stato molto difficile.
