TRAMA
Andrzej, espulso dalla facoltà, deve partire per il servizio militare. Alla convivente non dice nulla. Fa il filo a una studentessa.
RECENSIONI
Saggio di diploma alla Scuola di Cinema di Łódź del poeta Jerzy Skolimowski, sceneggiatore per Wajda e Polański. Dominato da chiaroscuri minacciosi (le ombre) e opprimenti, soffre della stessa noncuranza del suo protagonista intellettuale (studente? Militare mancato? Scansafatiche?), uomo senza segni particolari, senza meta se non l’ansia di fuga (da che cosa? Verso cosa?), enigmatico senza enigmi, un’allegoria vivente di ombre cinesi. A un certo punto la macchina da presa indugia a lungo su di un muro. Non si sposta, è a un’impasse, una tabula rasa di senso. L’intento estetico/poetico di Skolimowski è chiaro sin dalle prime soggettive: la cinepresa e il regista (anche interprete principale) identificano il loro sguardo con quello del protagonista, mentre l’enunciato del film si connette alla sua materia grigia confusa. Un esperimento ambizioso e rischioso che necessitava di un approccio meno discontinuo e lacunoso per rappresentare, appunto, un’esistenza discontinua e lacunosa. Skolimowski (presto esule) è già insofferente al clima culturale del suo paese; ogni tanto abbozza un sorriso (lo strabico che vede meglio dei “normali”), ostenta il mezzo (i giochi con gli specchi, i virtuosismi della macchina da presa), semina segnali inquietanti (la zingara che legge la disgrazia nel palmo del protagonista), ma il punto rimane il malessere indecifrabile che forgia un’anima sporca e irrequieta. Il suo Andrzej è un’ombra sfumata, un egoista infantile, un idealista romantico, un evaso in cerca di prigione (la disciplina, la certezza).

