TRAMA
Quando un nuovo assassino mascherato da Ghostface semina il terrore nella tranquilla cittadina dove Sidney Prescott ha ricostruito la sua vita, i suoi incubi più profondi diventano realtà: la prossima vittima designata è sua figlia.
RECENSIONI
Scream 7 non è un granché. Per questo è un buon film.
Il nostro esordio è contradditorio, ce ne rendiamo conto, ma proviamo a svolgere la recensione a partire da questa suggestione. Oggi, nell’anno del signore 2026, è impossibile interpretare Scream, qualsiasi sia il numero che gli segua, come un film singolo. Ogni capitolo è inestricabilmente legato agli altri, non tanto per via dell’orizzontalità – più o meno labile di volta in volta – quanto per il fatto di rappresentarne, sfrontatamente, una non-variazione sul tema. Gli Scream sono tutti uguali, al di là di questo o quel dettaglio. Lo sono da trent’anni. Lo stesso primo titolo, Scream del 1996, canto del cigno e consacrazione al contempo dello slasher movie, summa programmatica ed esacerbazione del postmodernismo cinematografico, vetta e baratro del comedy horror, beh, anche quel film era già tutti i propri sequel, requel, reboot, remake. Era già, in potenza, la propria infinita reiterazione. Ma, ecco, abbiamo l’impressione che questo tipo di argomentazioni ormai siano anch’esse superate, nostalgiche, uguali alle stesse che in fondo muoviamo sempre; basti tornare alla recensione di Scream VI (erano già tre anni fa, come non passa il tempo signora mia).
Solo che Scream VI era generalmente piaciuto. Il cambio di cast, il passaggio nella grande metropoli, una salda verve di fondo, tutto concorreva a farne quello che alcuni chiamano “rilancio”. Noi stessi scrivevamo quanto segue: “Ma se non vale nemmeno più la pena di rilevare i tasselli oramai arcinoti, cosa si può dire di Scream VI? Anzitutto che il film è divertente, in senso pieno e nobile”. In questo senso Scream 7 è senza dubbio il peggiore della saga. Ma la saga è un macrotesto in cui ha sempre meno senso, proprio metodologicamente, valutare i singoli capitoli. E Scream 7 può esserne letto come momento di deliberata catastrofe. Catastrofe non come semplice caduta di qualità, bensì come saturazione del programma: quando la ripetizione smette di produrre scarti e si espone per ciò che è, un’autocoscienza arrivata alla frutta, il cui meccanismo arrugginito continua a funzionare per inerzia.
Ecco, Scream 7 è un film molto poco divertente, che non imbrocca né la tensione né l’arguzia del precedente. Un film scarico, stanco, in un certo senso consumato. E quindi, come si legge in giro, un film che non ne vale la pena? Tutto al contrario, un film che ne vale la pena. Esattamente perché non si può che leggerlo, alla fin fine, come ennesima reiterazione di un programma teorico esaurito. L’autodistruzione del mito, come fu per Matrix: Resurrections, è il miglior regalo che il mito possa fare non tanto a se stesso, quanto al proprio pubblico. Mancava forse proprio questo tassello, sfiorato in fondo sin dalla scena iniziale di Scream 4 (era il 2011), in cui due ragazze discutono del simulacro della saga interna alla diegesi (la serie Squartati) riferendosi alle “solite meta-cazzate postmoderne”, prima che la più impertinente venga, ça va sans dire, trucidata.
D’altro canto in questo, di Scream, nella consueta sequenza iniziale, ambientata nella casa che fu di Stu Macher nel primo film, ora divenuta un po’ B&B un po’ museo del franchise (si legga la brillante analisi di Scream come museo-mausoleo di Pier Maria Bocchi), Ghostface si prende la briga di dare fuoco a tutto, ed è inevitabile leggere la faccenda come una dichiarazione d’intenti.
È che, ahinoi, il postmoderno è finito, e il suo successore, il presente che abitiamo, non se la passa benissimo. Così Scream, specchio di un mondo che cambia (dal telefonino del primo film alle intelligenze artificiali di quest’ultimo), pur rimanendo sempre identico, non può che ancora una volta farsi maschera (mortuaria) della propria era. Se il postmoderno giocava con la citazione, qui siamo pienamente in quella che Roy Menarini definisce la stagione “postumoderna”: non più l’ebbrezza del rimando, ma la sua pigra iterazione; non più il piacere della stratificazione, bensì la sua stremata contabilità. E allora il colpo di scena non è più tale, perché te lo aspetti dall’inizio, e in fondo perché oggi, tristemente, nulla ci stupisce più. La riflessione sulle nuove tecnologie lascia il tempo che trova, riducendosi a poche frasi fatte, senza l’effettiva volontà di farsi intervento ficcante. Le motivazioni del killer sono risibili e mal scritte, ché tanto a chi interessano per davvero? Lo stesso parco attoriale, a partire da Neve Campbell e Courteney Cox, si trascina in maniera poco convinta nella cittadina di Pine Grove, una goffa imitazione di Woodsboro ma, soprattutto, l’ennesima versione di un mondo che non esiste più da decenni.
Si ascoltino le musiche “retrò” del film, si osservino gli abiti e i tagli di capelli in stile Zac Efron di High School Musical, si rifletta sul conflitto madre-figlia, archetipale che più archetipale non si può, o sulla stessa maschera di Ghostface con forse il più posticcio design di sempre (sembra presa a una bancarella a Spotorno), etc etc etc; tutto di Scream 7 urla “nostalgia” (lo si dice anche esplicitamente nel film, a un certo punto), ma – e questo è il dato teorico assolutamente rilevante – senza alcun convincimento di fondo. Come se si trattasse di un’adesione controvoglia a un paradigma dominante, che però procede per autodissimulazione. È la nostalgia esaurita, retrocessa a formula meramente amministrativa.
Ora, dunque, se lo si legge da solo, Scream 7 è probabilmente un episodio filler, non il più riuscito della saga (forse il meno?). Ma leggerlo così significa, riteniamo, non aver capito cos’è Scream oggi, e nemmeno cos’è sempre stato. Un film per adolescenti imberbi e allo stesso tempo un ordigno teorico travestito da giocattolo svergognato, che nella spudorata autoreplicazione infinita misura la volontà di stare al gioco del proprio pubblico, di volta in volta. E Scream 7 funziona benissimo in entrambi i casi. Gli adolescenti in sala erano tutti pienamente e rumorosamente coinvolti, esattamente come trent’anni fa lo eravamo noi di fronte al primo capitolo. Così noi, i pochi rimasti a dare credito a quell’oggetto culturale da cui scegliamo, sin dall’inizio, di farci buggerare, dovremmo forse lamentarci un po’ meno, se ci troviamo di fronte alla volontaria messinscena della solita pantomima, forse per la prima volta davvero infiacchita. Quale colpo di scena migliore di questo?
Scream 7, in via definitiva, è Scream con il burnout. E chi non ce l’ha oggi? Per questo è un buon film.

