TRAMA
Pansy, una casalinga schiacciata dalle sue paure e in conflitto costante con il marito e il figlio, si rinchiude sempre più in sé stessa. Sarà il confronto con la sorella Chantelle, più solare e indipendente, a riaprire vecchie ferite, ma anche a offrirle una possibilità di rinascita.
RECENSIONI
Sempre, alla fine di un film, che ci sia piaciuto o no, dovremmo chiederci, per cominciare, perché. Il giudizio non come fine, ma principio dell’esercizio critico. Quello da cui bisognerebbe partire, quindi, è una “(auto)critica del giudizio”. Dopo una visione, un’altra buona pratica è quella di domandarsi come: come ha lavorato con me, su di me? Come ha risposto il mio sguardo a ciò che gli è stato proposto? Secondo l’insegnamento dell’apostolo incredulo, bisogna sforzarsi, partendo dalla propria esperienza di spettatore, di capire il funzionamento delle cose e per farlo non si posso affrettare veloci conclusioni.
Scomode verità di Mike Leigh, rispetto a quanto detto, è un ottimo esercizio. Mike Leigh, dopo i quadri storici di Turner e Peterloo, torna a raccontare la working class inglese al tempo presente. Qualcuno, frettolosamente, potrebbe etichettare il suo come “cinema degli invisibili”. Beato chi s’accontenta, ma sotto questa definizione non tutto torna. Lo spiegò bene lo stesso regista: «Dipende da che punto di vista si guarda la società. Il margine diventa tale solo se ci si posiziona lontani da ciò che si osserva. Capisco l’osservazione, ma per quanto mi riguarda si tratta di un errore politico e filosofico». La questione è il dove.
E noi in quest’ultimo film dove siamo? Siamo accanto a Pansy: moglie (di Curtley, idraulico), madre (di Moses, giovane uomo obeso che non studia né lavora), sorella (di Chantelle, parrucchiera), fa la casalinga; vive in un quartiere pulito, ordinato, di tipiche villette a schiera britanniche con bovindo affacciato sulla strada. Nella casa che governa vige un ordine maniacale, ossessivo, compulsivo. «Molti credono», ha affermato Leigh, «che il mio metodo di lavoro tralasci l’attenzione per i dettagli estetici, ma si sbagliano. Mi ritengo un formalista, porgo molta attenzione allo stile, alla fotografia, alla scenografia e al design. Senza una struttura architettonica ben definita la storia non potrebbe svilupparsi in maniera ottimale. La forma permette al contenuto di esistere». E qui l'architettura, dietro le sue superfici tirate a lucido, contiene e lascia intravedere un orrore assoluto del quotidiano, coi suoi riti inautentici, ripetitivi, che costringono in un limbo dove nulla sembra aver luogo. Un orrore indicibile che si nutre d’altri orrori, come quello inelaborato da Pansy per la morte della madre. Un orrore a lento rilascio, gonfio di rabbia e rancore, che travolge poco a poco fino a togliere il fiato.
A incantare è la maniera con cui Leigh ci porta dentro questo gorgo, una sorta di sprofondo a gradi. All’inizio lo fa con complice simpatia: non possiamo non essere benevoli nei confronti di Pansy, delle sue idiosincrasie, dei suoi scatti collerici, furiosi, appassionati contro tutto e che travolgono tutti come un rullo compressore. Un affetto che, però, gradualmente erode in insofferenza, per poi assumere i contorni della riprovazione. E proprio nel momento in cui empatizziamo con ciascuno dei familiari che la deve sopportare e arginare ecco che la corazza d’odio della donna s’incrina: la sua risata sfrontata, strafottente, insolente si scioglie in un pianto disperato, di cui non possiamo non farci carico, che dà voce al male oscuro e senza rimedio che si porta dentro.
Ci manipola Mike Leigh? No, ci mette in difficoltà mettendoci di fronte alla complessità delle cose. Quando si parla di Leigh a volta si chiama in causa Dickens - lo si fa un po' per riflesso, per la somiglianza tra Belle speranze, opera seconda del regista, con Grandi speranze. Un paragone che mi sembra indovinato, penso soprattutto al lavoro che compiono sui loro personaggi, personaggi (come Pickwick e il suo circolo) che all’inizio sembrano delle piatte figurine bidimensionali, ma che, in costante evoluzione, prendono via via sempre più spessore tanto che alla fine non possono che apparirci umani, troppo umani.

