TRAMA
Una giornalista indaga sulla leggenda di una VHS che uccide chi la guarda: ne rinviene una copia nel cottage delle sue ultime, presunte vittime, la visiona e ne resta sconvolta. Coinvolge l’ex marito e scoprono che il nastro magnetico è legato a una veggente e alla sua figlia illegittima, Sadako.
RECENSIONI
Dal romanzo (1991) di Koji Suzuki, già portato sul piccolo schermo nel 1995 da Chisui Takigawa e qui adattato da Hiroshi Takahashi (che, per Hideo Nakata, aveva già firmato Don’t Look Up), scaturisce un horror che ha dato notorietà al regista, creato una saga lunga e leggendaria in patria, remake su remake (fino alla versione americana) e una nuova icona orrifica: Sadako con il suo incedere innaturale, fatta di soli capelli. L’Operazione Paura di Nakata (Mario Bava: con bambina inquietante) procede per piccoli segnali, rumori, ritmo pacato, dettagli che si accumulano o si intromettono nella tensione allentata per, poi, terrorizzare con improvvisi inserti, guardando in faccia l’orrore, rendendo credibile l’evento soprannaturale senza sciogliere mai l’enigma, in un crescendo che trova l’apoteosi nel lungo, claustrofobico finale, da antologia per messa in immagini e sorprese di racconto, per quanto ascrivibili alla consueta ghost-story giapponese (con influenze da Changeling di Peter Medak, fra infanzia arrabbiata e pozzi, e senza dimenticare Videokiller). Gli eterni ritorni del regista sono la presenza dell’acqua (piove a dirotto, il pozzo) e il tema dell’infanzia abbandonata in cerca di madri acquisite. Qualche vuoto esplicativo, qualche passaggio dove soprattutto la motivazione ad agire dei personaggi è inverosimile, ma è geniale l’idea finale del duplicato che salva la vita (la riproducibilità che diventa morte altrui).

