Drammatico, Recensione

RE DELLA TERRA SELVAGGIA

Titolo OriginaleBeasts of the Southern Wild
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2012
Durata93'
Tratto dadall'opera teatrale Juicy and Delicious di Lucy Alibar
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Hushpuppy vive con il padre a Bathtub, piccola comunità condannata ad essere sommersa dallo scioglimento dei poli. La piccola protagonista dovrà lottare per sopravvivere e per affermarsi in un mondo che ha perso il suo equilibrio…

RECENSIONI

Il destino della comunità di Bathtub è segnato, costretto nella morsa in cui da un lato lo sviluppo della civiltà umana e dall'altro i cataclismi ambientali l'hanno confinata. La piccola Hushpuppy ascolta il battito di questa terra condannata ma non per questo morente, ne somatizza la fragilità e, con la stessa volontà di preservazione insegnatale dal padre, osserva il manifestarsi del cambiamento, il momento di rottura in cui tutto e tutti dovranno assumere il proprio posto e mantenerlo a dovere per non soccombere. L'urgenza della crescita è motore primo del film: tutto procede, si muove, appare e scompare in funzione degli spostamenti della protagonista poiché è in lei lo sguardo che descrive il mondo, che bilancia il reale, che soppesa le contingenze e che le ricalibra portandole alla sua altezza di bambina. Presa coscienza di questa unità di misura, tutto ciò che narrativamente risulterebbe lacunoso, tronco, confuso si converte in qualcosa di rivelatorio nella sua forma simbolica, perfettamente integrato con l'equilibrio che regola macro e microcosmo (il colpo al petto che Hushpuppy assesta al padre è la vera causa del disgelo e della ricomparsa degli Aurochs, semplicemente perché è lo sguardo sul mondo della protagonista, prisma attraverso il quale filtra la luce del racconto). In Re della terra selvaggia non si individua un confine netto tra il mondo dentro e il mondo fuori, si ha a disposizione un unico personaggio cui affidarsi per non finire sommersi, un testimone che corre sul battito pulsante della terra vivente e che in essa raccoglie le energie proprie per (r)esistere. Davanti a Hushpuppy, essere umano puro e ricettivo, si dispiega l'esistenza nella sua veste diafana eppure coriacea, fatta di mistero e necessità, in cui si sottende una corsa al superamento di una serie di tappe formative, momenti sacrificali attraverso i quali si negozia la propria dipendenza (dalla vita serena e festosa nella comunità di Bathtub, dalla presenza ingombrante ma a suo modo rassicurante del padre) in favore di una nuova individualità e consapevolezza (il viaggio tanto reale quanto simbolico alla ricerca della madre è una consegna, un passaggio di testimone, un riconoscimento di indipendenza decisivo).

Il tempo e le dinamiche degli eventi narrati imprimono al racconto la struttura della fiaba: si corre incontro alle necessità disseminate sul sentiero, non importa quanto incredibili siano, si tende al duello, allo scontro finale col mostruoso e se ne esce arricchiti di nuova luce, ristabilendo un equilibrio abbastanza potente da permettere con esso la conclusione della narrazione. Benh Zeitlin accarezza l'universo di Miyazaki trattando il delicato equilibrio uomo-ambiente e consegnando la missione di recupero del dialogo interrotto ad una bambina che, oltrepassando mondi incantati e facendo incontri lontani dal quotidiano, riscatta il mondo degli adulti altrimenti condannato da cecità e negligenza alla disfatta. Se in Miyazaki la complessità degli elementi in gioco regge perfettamente senza esondare, in Re della terra selvaggia lo scheletro dell'opera risulta talvolta eccessivamente in sovraccarico, fiaccato dalla volontà di contenere in un unico discorso un nucleo eterogeneo di problematiche e di situazioni dal diverso spessore che fanno vacillare l'insieme.

La bellezza di quest’opera prima risiede tutta nel suo sguardo differente, con ribaltato punto di vista: ambientata in catapecchie di fortuna, porta avanti la soggettiva di una bambina allevata (da padre e maestra) a pensare l’universo come qualcosa di ordinato, dove anche una piccola frattura può cagionare il crollo dell’intero, e a diffidare della civiltà al di là della diga, che ha eretto un “muro”. Sembra un’opera proveniente dal Terzo Mondo, invece, anche se la sceneggiatura tratta dall’atto unico di Lucy Alibar non lo dice mai, siamo in Louisiana, stato dove il regista Benh Zeitlin si è trasferito dal natio Queens. Un Mondo a Parte e, soprattutto, e qui alberga la vera forza “anarchica” dell’opera, un sistema di valori completamente diverso: attraverso la figura del padre, cui qualunque funzionario del “sistema occidentale” toglierebbe la custodia della figlia, Hushpuppy impara ad essere forte, a non piangere, a convivere con gli animali, a mangiare crostacei vivi e non il pesce che “quelli” consumano solo nella plastica. È dura convivere con un genitore siffatto, ma è a lui che la piccola torna, anche quando le sembra di ritrovare, in una barca-bordello, la mamma scomparsa. Un cinema straordinario perché “selvaggio” nella sua camera a mano, nel suo filmare la vita di sussistenza esaltata come sodale, felice (“Qui da noi si fa sempre festa, di là solo una volta l’anno”), permeata di musica (colonna sonora fondamentale, co-autore lo stesso regista), a stretto contatto con la natura e le sue leggi crudeli. Straordinario per il suo spirito anticonvenzionale, con cui rinviene gli esseri umani in uno stadio “primitivo” ma sereno, con riti iniziatici per i cuccioli in cui affrontare i giganteschi Uri, fantomatici animali preistorici che mangiavano gli infanti: Benh Zeitlin li materializza come farebbe Apichatpong Weerasethakul. È una meravigliosa anomalia indipendente di realismo magico, colma di riferimenti mitologici (vedi anche il “Caronte” che carretta verso le mamme “defunte”).

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