TRAMA
Viene catturato Ben Waden, pericoloso capo di una banda di rapinatori: per evitare che i compari lo liberino, le autorità lo nascondono da un mandriano, restio ad essere d’aiuto, smosso solo dal denaro della ricompensa.
RECENSIONI
“Dei diritti e dei doveri”: un western psicologico che non vive solo della tensione fisica, in lotta contro il tempo e forze umane superiori ma anche di quella morale, tesa a dimostrare che la vigliaccheria, l’egoismo e l’individualismo consegnano la Legge ai malviventi. Delmer Daves ha sempre avuto l’inclinazione (non sempre felice) per il film edificante ma il racconto breve di Elmore Leonard (1953) e la sceneggiatura di Halsted Welles sanno rendere emblematico il sottotesto senza ricorrere a meccanismi troppo scoperti (vedi, ad esempio, il fratello dell’uomo ucciso: gradasso con la pistola in mano, codardo davanti al pericolo), affidandosi ad una drammaturgia asciutta e all’assioma che le vere virtù ripagano da sole e non vanno troppo predicate (la pioggia “premio” finale, l’amore della moglie, la famiglia che vale più di un tesoro, l’orgoglio davanti ai figli). Il regista rende poco credibile il voltafaccia finale del bandito, non avendo ben tematizzato la nascita del rispetto e dell’amicizia fra i due protagonisti; calca troppo il legame fra il personaggio di Glenn Ford ed il suo secondo (risultato: il fuorilegge tradisce comunque qualcuno, non facendoci gran figura) ma è magistrale in tutto il resto: dopo una partenza un poco verbosa, la sua invisibile regia costruisce una drammaturgia perfetta, per ritmo, tempi e pregnanza tridimensionale dei caratteri in campo, coadiuvata dalla splendida fotografia in bianco e nero e da prove attoriali eccellenti. A restare particolarmente impresso è il villain di Ford, uno dei personaggi più affascinanti ed originali della sua carriera: gran seduttore, tipo pacifico, ragionevole e spavaldo. Qualità che innescano una riflessione utile all’apologo morale sotteso: la sicurezza di sé si fonda sulla certezza di non trovare ostacoli lungo il proprio percorso criminale, perché la via del Male è facile mentre quella del Bene (Van Heflin) è colma di dubbi e rende labili di fronte alle tentazioni. Bella e famosa, al tempo, la title-track di Frankie Laine.

