TRAMA
Philippe, ricco aristocratico parigino rimasto paralizzato a seguito di un incidente, si affida alle cure di un vitale e scapestrato banlieusard, Driss.
RECENSIONI

Con quasi venti milioni di spettatori al suo attivo e un incredibile César per il miglior attore protagonista in tasca, Quasi amici (“Intouchables“ in originale) si avvia ad essere uno dei più grandi successi della storia del cinema francese. Ispirato ad una storia vera, quella di Philippe Pozzo di Borgo e del suo “badante“ beur, ai quali il film rende uno scontato omaggio sui titoli di coda, l’opera numero 4 della coppia Eric Toledano/Eric Nakache è un concentrato di soluzioni drammaturgiche ovvie, congegnate con un’astuzia e una sistematicità da manuale della sceneggiatura “ad incasso“. Il racconto inanella, con una pedanteria e una prevedibilità che non lasciano spazio allo slancio, all’invenzione, all’anarchia, frammenti comici e drammatici, suscettibili di provocare lacrime e sorrisi ad orologeria sempre “di riflesso“ (se piangi, se ridi, il pubblico riderà e piangerà con te). Più interessati a non offendere nessuno che ad osare un discorso interclassista non solo di facciata, un autentico, mutuo riconoscimento che vada oltre la sterilità dello sketch paratelevisivo e abbia una finalità non solo esornativa, i Quasi amici seducono il pubblico medio imbrigliandolo in una fitta rete di facili ammiccamenti e di gag interminabili; lo ammaliano spacciando sconcertanti banalità per pillole di saggezza popolare (le solite invettive contro l’arte contemporanea, un machismo che resta greve anche quando “smascherato“ da donne in carriera), per lo più pronunciate dalla star televisiva Omar Sy, ultima, insospettabile e insospettata declinazione del “nero ridens“ di epoca coloniale. La coppia Philippe/Driss, monolitica anche nel cambiamento, è cesellata seguendo la logica di una tipizzazione che cristallizza e reifica le differenze, frutto di uno sguardo che si vorrebbe socioculturale ma che finisce col ridurre la complessità di un gioco di forze e di voci a piccole schermaglie tra (quasi) amici. Il film di Toledano e Nakache è in definitiva innocuo (tutto è annacquato ed edulcorato) e irritante al tempo stesso, in ragione dello strategico (e triste) depotenziamento “a fin di lucro” di un incontro sulla carta rivoluzionario.

Grande successo al botteghino, è una commedia drammatica tanto ruffiana quanto efficace, tanto manierata quanto vincente: i due registi di Primi Amori, Primi Vizi, Primi Baci prendono spunto da una storia realmente accaduta (sui titoli di coda i veri protagonisti) per dare corpo, in modo oliato, alla classica strana coppia, fatta di tipi agli antipodi, condendo il tutto con Una Poltrona per Due (lo schietto e ignorante popolano in ambienti altolocati e formali), amarezze da Profumo di Donna (la commedia all’italiana dei tempi d’oro è stata dichiaratamente il loro faro), Eddie Murphy in generale (modello evidente per Omar Sy), ammiccamenti alla platea fra lo spudorato (il Sister Actiano ballo in ambiente ingessato) e il sottile (?) populismo (la musica classica è per l’élite ma per vivere felicemente ci vuole la disco…), e dosi non politically correct stile fratelli Farrelly, nel momento in cui fanno accettare la disabilità e ci scherzano sopra. L’accoppiata di attori funziona (a François Cluzet è concessa solo l’espressività del volto e la sfrutta magistralmente) e alcune gag sono davvero strepitose: ma gli autori, purtroppo, sono stati poco sobri e hanno guardato troppo alle scene sopra le righe hollywoodiane. C’è, inoltre, una certa debolezza di sceneggiatura che rende poco credibili passaggi fondamentali (il momento della separazione in cui Philippe capisce, non si sa da cosa, che Driss deve andarsene, e non si sa perché; il finale poco parco e alla ricerca dell’applauso, con Driss-angelo custode super-altruista).

